La festa medievale di Sluderno, nel Medioevo dell’Alto Adige

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La festa medievale di Sluderno, nel Medioevo dell’Alto Adige

A fine estate molto borghi d’Italia offrono la loro bellezza intima, aprendo i cortili delle case e dei castelli per festeggiare altre epoche. Vicoli e mura di pietra si tingono del colore danzante delle torce, degli schiamazzi di maghi e saltimbanchi, di adulti che tornano bambini, curiosi dei gesti di un tempo. Non avevo mia partecipato ad una festa medievale. Non sapevo quindi cosa aspettarmi da un fine settimana in Val Venosta, a parte la quieta bellezza di piccoli paesi e castelli. I primi passi erano incerti e cauti nel paese di Glorenza, il resto del viaggio è proseguito nell’inaspettato, che sempre si apre quando cessano le aspettative.

I giochi cavallereschi di Sluderno, la festa medievale più grande del Trentino Alto Adige

Uno degli eventi più importanti della Val Venosta, una di quelle attrattive che risuonano come le cose che bisogna assolutamente fare in Sud Tirolo, sono i cosiddetti Ritterspiele, letteralmente “i giochi del cavaliere” del paese di Sluderno. Sono in fondo un’idea semplice ma ben organizzata, la rievocazione di un’atmosfera antica.

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Sono semplicemente tende bianche, gonfaloni che garriscono al vento delle Alpi, sono paglia su cui sedersi a bere un goccio di idromele, sono vesti di fabbro e di saraceno, sono battaglie ed allegria, sospesi tra il passato che ti guarda austero e armonioso da Glorenza o dal castel Coira, ed il futuro di borghi innovativi come Malles.

Il Sud Tirolo diventa lo spazio fisico e culturale adatto ad una festa medievale, a questo ritorno al passato, perché ovunque ti giri scorgi gli echi viventi del Medioevo, nelle chiese romaniche, nei castelli che dominano stretti passaggi necessari, nei borghi ben conservati, in un’aria di vita lenta e tranquilla, che pare fuori dal mondo, quello delle corse e delle macchine.

In una piana che guarda alla vicina Svizzera, puoi scorgere un accampamento che ogni anno a fine agosto viene animato da oltre un migliaio di rievocatori da dodici paesi del mondo. Dopo aver scattato qualche foto inviata via chat a degli amici, puoi mettere via il telefono per guardare senza schermi le montagne attorno e la vita tra le tende, puoi iniziare a giocare con l’immaginazione e credere di essere tornato in un’epoca in cui qui arrivavano convogli di sale dall’Austria, vescovi-conti scortati da cavalieri ed armigeri, e qualche cantastorie che raccontava un mondo dove per la magia c’era sempre spazio.

La notte questo spazio fuori dal mondo si fa ancora più evocativo. Le luci artificiali sono rare, le automobili inutili perché bisogna camminare e tra le tende ci si perde come in un sogno, dove si accendono fuochi improvvisi, si alzano suoni di risate o di cornamuse. Nel buio della sera può afferrarti una vertigine, com’è accaduto a me, perché pare davvero di essere dentro una festa medievale, di antichi giochi cavallereschi, non solo in una rievocazione.

Un tamburo dal suono bellicoso può strapparti da questo incanto ma subito ci ricadi dentro, perché i suoni della festa medievale sono privi di elettronica, sono animali, antichi e tribali. Non ti resta che sospendere il giudizio, il perché sei lì, il perché voler ritornare al passato e vivere questo presente alternativo. Io ho fatto così, sorseggiando idromele, nato dalla fermentazione del miele e chiamato dalle popolazioni nordiche “bevanda degli dei”.

Lo sconosciuto e lo straniero hanno presto perduto i loro confini e allora ho iniziato ad ascoltare le storie di chi incontravo, spesso vestito “in maschera”. Nella sera che si faceva notte, cosparsa di nuvole che velavano la luna piena di fine estate e le Alpi della Val Venosta, incrociavo il mio inglese con uno svizzero che era tornato qui in cerca delle proprie radici, con un ragazzo bosniaco sfuggito dalla guerra una ventina di anni fa, parlavo l’italiano con dei ragazzi del luogo, scoprendo che i vecchi contrasti di queste terre annesse dopo la Grande Guerra, stanno fortunatamente perdendo interesse.

Come in ogni momento di condivisione, anche nella festa medievale di Sluderno, si è solo viandanti in cerca di buone parole, al cospetto della bellezza della notte. Un momento possibile, soprattutto, se come ti consiglio io, potrai dormire nelle tende del Rifugio Pellegrino.

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Quanto torna il giorno e le nuvole si sono magari diradate iniziano a suonare i corni che invitano alle battaglie, s’aprono le tende dei mercanti e dei fabbri, nitriscono i cavalli pronti per i tornei. L’accampamento è tutto un fervore di attività pronte ad accogliere il visitatore in cerca di giocolieri, di falchi, di cammelli, di cortei e spezie.

Basta aggirarsi senza meta e fermarsi qua e là. Oltre i giochi cavallereschi veri e propri gli spettacoli sono continui e proseguono fino a sera. A me piace alzare lo sguardo e spingerlo un po’ oltre le tende e i fuochi delle tende, scorgere una cima da poco innevata e soprattutto le tracce di quel tempo che la festa medievale celebra in gran tripudio. Ecco un castello che domina l’accampamento e che ricorda la storia che plasmato la Val Venosta.

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Il Castel Coira, la storia che domina la festa medievale di Sluderno

Bisogna entrare nella Storia, andare a cercarla, fare un po’ di fatica, per non essere solo spettatori di paesaggi e bellezze che ci passano davanti, una dopo l’altra. Concediti il lusso di vagare senza meta – tanto non ti puoi perdere – per un paese come Sluderno, di incuriosirti davanti ai secolari alberi di pere che s’alzano verso il cielo da vecchi cortili, di scoprire le tracce della cultura contadina, così presente ancora, in un vecchio maso, che odora di letame, di vita agricola locale, a km 0.

Segui allora una vecchia strada che va verso l’altro, un piccolo dislivello che preannuncia la possibilità di godere della Val Venosta da una posizione privilegiata, un balcone da cui si distinguono le tende e gli stendardi della festa medievale. Cammina per sentirti partecipe della scoperta, per fare del viaggio un’esperienza di tutto il corpo, e non solo della testa o del telefono che fa le foto.

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Vecchi portoni si aprono, legno, pietra e metallo, testimoni di un’epoca dura e concreta, che sapeva di guerre fratricide, di vessazioni ma anche della bellezza delle cose fatte per bene.

Il Castel Coira, appartiene ai conti Trapp, antichi feudatari di questa zona del Sud Tirolo che hanno deciso di aprire il loro palazzo, ogni anno da marzo a fine ottobre. Le visite possono essere solo guidate, ed è bene così, perché altrimenti il rischio è perdersi tra le didascalie e non conoscere nulla.

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La parte più affascinante del maniero è forse la loggia dai colori e dalle ispirazioni rinascimentali, piena di luce e di forme insolite, ricca di citazioni dei filosofi e dei saggi dell’antichità classica, greca e latina. È quello spazio di meditazione e silenzio, in cui immagino passeggiare i conti o le contesse, mentre cercavano di sbrogliare un problema di ordine pubblico o di amministrazione mentre la luce estiva rimbalzava sulle colonne, ognuna diversa dall’altra.

Il giro prosegue tra stanze dedicate alle arti, alla musica e alla letteratura, per corridoi angusti che ricordano la durezza delle leggi di un tempo, fino all’armeria, dove sono conservati manufatti di quel Medioevo che si festeggia poco più in giù, a valle. Sono armature pesanti, oltre 30 chili, opere uniche realizzate da armaioli di Milano, che difendevano più l’onore e l’orgoglio nobiliare che dai colpi delle potenti balestre.

Rimane il tempo per uno sguardo alle segrete dove i condannati non espiavano colpe ma le pagavano con la morte e alla cappella di San Giacomo. Può anche capitare di trovarsi soli ad un certo punto, nel cortile esterno, di scorgere i monti vicini oltre le mura possenti del castello, i gerani che risplendono di rosso da un vecchissimo balcone, di scorgere l’erba che in barba a tutte le difese escogitate dall’essere umano illumina di verde i sassi del pavimento. Sono i momenti che preferisco, quando il viaggio rallenta e rimane solo l’agitarsi delle bandiere che si fanno suonare da un vento forte delle Alpi.

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Ritorno in paese, per prendere la valigia e andare verso la stazione. La scoperta della Val Venosta trova il suo limite nei rintocchi di un campanile che ricordano, come da secoli, il tempo che passa, le esperienze che finiscono. Non è certo la fine del viaggio perché ogni volta che arrivo in un posto nuovo, mi pare di aver solo sollevato uno strato del velo che ricopre le cose. Bisognerà tornare, oltre la festa medievale di Sluderno, al di là dei giochi cavallereschi, per trovare sentieri e cammini, magari gli stessi che compivano pellegrini e mercanti, che nel castello appena lasciato trovavano un punto di riferimento nei loro viaggi infiniti.

By |2018-09-05T16:03:21+00:00settembre 5th, 2018|Viaggi|0 Comments

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