Autunno in Friuli, nell’oro dei boschi

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Autunno in Friuli, nell’oro dei boschi

Cosa fare d’autunno in una regione che non c’è, dove andare, dove mangiare in un mondo di passaggio che pochi conoscono, compresi i loro abitanti? Forse si potrebbe ritornare, abbandonare l’idea di aerei e miglia che si accumulano veloci, lasciare la macchina ai piedi di una montagna ed iniziare a camminare. Le mie parole sono una mano che si apre, per accogliere la tua e portarti nei boschi cangianti d’autunno, nel silenzio della Natura che si veste di vibranti armonie, prima di scegliere il riposo dell’inverno. Autunno in Friuli è un invito a seguire i colori, il respiro e la quiete, perché l’oro dei boschi sia quello sonante del silenzio, moneta preziosa di questi tempi.

Autunno in Friuli, le Dolomiti come possibilità

Forse mi conosci o magari sei arrivato qui da poco, in un ritaglio di attenzione scorrendo sul telefono o su un altro schermo, forse non sai che le Dolomiti friulane sono per me lo spazio ed il tempo dove quell’attenzione fugace a cui sembriamo costretti dall’ansia dei giorni si apre e si espande, libera. Per questo ne parlo, perché questa possibilità sia data anche a te che cerchi dei sentieri nuovi, delle occasioni oltre il conosciuto, un’opportunità di staccare e rigenerarti.

L’autunno in Friuli può apparire velato di nebbie e pregiudizi. Molti pensano che qui sia freddo e piova spesso, che la foschia magica e anche tremenda, ricopra a lungo campi, periferie e piccole cittadine. Sono anni invece che il clima è cambiato anche qui, che il caldo e la luce di settembre si prolunghi ben oltre il suo limite, arrivando a coprire ottobre e anche novembre.

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La luce di questo periodo dell’anno si riflette su borghi e colline, su pendici e sentieri che sono liberi degli echi chiassosi dell’estate, tesori di cultura e di natura che diventano porte d’accesso ad un’intimità preziosa, coccola che facciamo a noi stessi, proprio in quella fase della natura che ci invita al raccoglimento.

Le Dolomiti Friulane sono forse l’esempio più chiaro e luminoso di questa dimensione senza tempo, senza l’ansia del suo scorrere, senza confusione, ricca di quella pace di cui tutti abbiamo bisogno.

Una camminata tra i larici dorati ed il cielo blu

Un sabato o una domenica, o magari una qualsiasi giornata, d’autunno in Friuli vuol dire per me lasciare la pianura, costeggiare la Pedemontana ed entrare tra i monti, passando per la Val Cellina. Una volta arrivato a Cimolais proseguo verso la Val Cimoliana, mentre la civiltà inizia a sbiadire in una stradina sterrata che passa attraverso boschi di faggi già vestiti di giallo e di rosso.

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Quando la macchina non può più proseguire inizia il cammino, un po’ veloce per scaldarmi nel mattino fresco dei 1300 metri, poi più lento e posato, attento ai dettagli, il verde degli abeti che si rafforza con i colori dei faggi e dei primi larici, pronti a lasciar andare le tenere foglie che paiono quasi piume. Sopra di me un cielo blu, dapprima velato e poi terso, intenso e libero.

Ripercorro i passi dell’estate non incrociando però che qualche persona, rarissima presenza umana che presto scompare alla vista. Dopo la caseruta dei pecoli, inizio a salire, in un’aria che si sta scaldando grazie al sole che supera le prime cime e comincia a far brillare il bosco. Le foto alla valle sotto di me o al sentiero sono piacevoli ma nulla in confronto al tesoro che mi attende, dopo una breve sosta al Cason di Brica, una piccola casa di legno, ricovero per i viandanti dotato di tavolo, stufa e qualche posto letto.

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Continuando a salire appare di colpo l’oro, quell’autunno in Friuli che non sa di nebbie e di piogge, di visi chini e veloci nelle incombenze del lavoro, ma di boschi di larici che s’incendiano al sole d’ottobre, verdi sempre più tenui che lasciano spazio al primo giallo e all’arancione. Sono pagliuzze brillanti che brillano non appena le tocca la luce del mezzogiorno. Sono piante preziose diverse dai gioielli che indossiamo, perché vivono, cambiando colori e forme, mutando in un ambiente che ha poche tracce d’uomo, molte di animali selvatici.

La meraviglia che mi prende rallenta il passo, per cercare di raccogliere immagini e sensazioni da vivere appieno. Non si estrae nulla qui, non si afferra e si porta via, l’oro dei boschi è bellezza vitale che rigenera e si rigenera, incessantemente. 

Giunto ai limiti della vegetazione prendo il sentiero che mi porta ancora più in alto, verso la forcella Val di Brica. Da lì guardo in avanti verso un’altra parte del Friuli, verso la Carnia e poi in basso, a cercare altro oro tra le ghiaie della discesa. Tra poco mi attende il bisogno che mi ha spinto a camminare oggi, una radura che assomiglia ad uno spazio sacro.

Camporosso, la meditazione dei monti

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Questo è ciò che cercavo, non solo il giallo dei larici o il rosso dei faggi, ma l’entrare silenzioso in questa radura dove le parole si fanno da parte e lasciano spazio a quei luoghi del mondo che hanno qualcosa di particolare. Non sono le forme, i dettagli, le armonie, sono elementi che sfuggono all’occhio e credo anche alla ragione. Bisogna andare in luoghi così, senza per forza cercare qualcosa, che anzi, potrebbe ostacolare le sensazioni che si potrebbero provare. 

A Camporosso i pensieri tacciono di colpo, la quiete diventa concreta e non viene più voglia di nulla, tra l’erba già secca e le tracce di camosci. Bisogna fermarsi un attimo, respirare a pieni polmoni, portando attenzione a dove si è, senza voler solo passare, per arrivare altrove. Questa non è una tappa ma una destinazione.

Arriva il momento in cui si guarda il profilo dei monti, il blu scuro del cielo nel meriggio, chi ti accompagna e non vuole fare tardi, e con la testa leggera e vuota ci si carica lo zaino in spalla perché ogni cosa ha il suo tempo, l’arrivo e la partenza, l’inspiro e l’espiro, il silenzio e il dialogo, in questa radura che è una meditazione dei monti.

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Ritornare è un po’ passare sui luoghi dell’estate, come la casera Val Binon, che sembra ieri quando c’erano Denis, il gestore, e il suo cane akita, vagabondo dei monti, i camminatori locali o quelli che arrivano dal nord carichi di accenti gutturali, mentre ora tutto tace nel riposo della lunga stagione di chiusura.

Da lì è tutta discesa, di nuovo nel bosco dove i larici si fanno da parte per lasciare spazio ai faggi, di nuovo sulle frane di fine luglio e poi in piano verso la macchina con l’aria che si fa più fresca, ricordandomi che l’estate è tale perché è un desiderio che nasce dal freddo dell’autunno e dell’inverno. 

Autunno in Friuli sono poche parole, che il vento della sera porta lontano insieme alle foglie, al sospiro di un torrente dall’acqua color del ghiaccio, alla luce ancora forte ma già stanca che scende dietro monti senza nome, che resteranno qui ad attenderti, viaggiatore più attento, magari il prossimo anno, quando passerai di qui, non per andare altrove, ma per fermarti.

By |2018-10-27T18:25:19+00:00ottobre 27th, 2018|Viaggi|0 Comments

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