I luoghi sono come persone che ti abbracciano o ti respingono, ti allontanano come un intruso, scontrosi e impauriti, magari per la loro storia di guerre e di fughe, oppure ti accolgono dentro di sé come un amico o come un’amante.

La laguna di Venezia può apparire come una distesa d’acqua e isole, in precario equilibrio, un groviglio di canali o barene, di legni che indicano la via e nebbie che la fanno smarrire, per me è invece una donna che muta con le sue lune, che accoglie la vita di piante, pesci, uccelli e uomini,  che genera racconti, malinconie e sogni.

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Laddove finisce la terra e si inizia a sognare. Lio Maggiore, Jesolo

Lio Maggiore

Questa creatura di terra e maree, di cielo e sale allunga la sua mano per prenderti a Lio Maggiore, ultimo lembo di Jesolo, ultima striscia di campagna. Qui l’orizzonte diventa sottile e l’aria si riempie dei gorgoglii dell’acqua salmastra, degli striduli versi di uccelli antichi come i fenicotteri, dello sciabordio che accarezza una barca mentre scompare.

Quella barca, invece di svanire in questo mondo che può fare quasi paura, tanto è estraneo al nostro vivere di città, rallenta la sua corsa, si appoggia alla terra che rimane, prima della prossima alta marea. Sembra quasi che inviti a fermarsi qui, come lei, dondolando tra i contrasti del cielo e quelli della terra mutevole. Oggi invece, invita a partire, ad entrare nella sua amante e regina, la laguna di Venezia.

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Barche, che quasi invitano a fermarsi. Lio Maggiore, Jesolo

Non è il navigare del mare o del fiume, in balia di forze potenti, ma un lento adagiarsi, un cedevole lasciarsi andare che porta quasi alla deriva, prima ancora della mente.

Il passato e il presente

L’occhio ammira un orizzonte che si compone pian piano di piccole e coriacee piante, di coste appena tratteggiate, di rari tetti e campanili, solcati appena da un gabbiano. Il silenzio è una potenza che emana dall’acqua stessa e anche dall’abbandono delle innumerevoli isole che un tempo erano empori e città,  dal nome greco e latino, riserve di speranza di un mondo in rovina, quando Roma crollava sotto il peso di invasioni e del suo stesso potere.

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Torcello, antica Venezia, antico splendore

Tutto scorre, anche la gloria del mondo. Le isole sono diventate case e palazzi, chiese e tesori, poi le barche sono salpate e a Rivo Alto, l’antica Rialto, hanno piantato pali e pietre, da cui è nato un impero di merci e cultura.
La laguna ora è povera di persone, sfuggite verso la terraferma all’arrivo di altre, più insidiose, barbarie. Il sale corrode i marmi e le storie, le maree passano e ripassano, una pace che può apparire come una sconfitta alberga tra le rovine e i vecchi campi incolti.

Eppure, la morte cede il passo alla vita, sono i cicli dell’esistenza. La laguna conosce bene l’alternarsi del mondo, dell’acqua e dell’uomo, dimensione lunatica che attende nuove occasioni per far vivere i sogni. Per sognare serve la notte, accompagnata per mano dalle ultima grida del giorno, dallo sfavillare di rosso, giallo e viola, in quell’esplosione di meraviglia che tocca il cuore anche della persona più dura.

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Contrasti di giorno e di notte, di terra e acqua, il tramonto a Mazzorbo

Lagoon sunsets, Enrico Rava accompagna il tramonto

La barca è arrivata, nella piccola Mazzorbo, mentre il sole scende dietro i monti poco lontani, quando il silenzio della sera scivola tra i pochi passanti e sussurra una melodia, il desiderio di acquietare il cuore e godere di questo angolo di mondo per quello che è, rara bellezza.

Le voci degli uomini si spengono, le ultime sedie si dispongono in fila, siamo pronti per ascoltare. Ed ecco il suono di una tromba e le distorsioni di una chitarra riempire gli spazi vuoti, accompagnare gli ultimi echi del tramonto.

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I suoni onirici di Enrico Rava accompagnano la notte che nasce. Mazzorbo

Il jazz di Enrico Rava diventa una musica onirica, psichedelica, che accompagna la notte. Qui, non racchiusa in un teatro ma tra i canali, le vene di quella donna antica che è la laguna di Venezia, la sua tromba, insieme alla chitarra del suo giovane accompagnatore, Stefano Diodati,  è una ninna nanna che non fa dormire ma sognare, che spinge a ripartire per non tornare.

Le ultime note si assottigliano davanti alla porta aperta di un vecchio magazzino, tra il canale ed un antico vigneto di Mazzorbo. La barca è tornata ed invita a risalire, per solcare la notte, per atterrare nella realtà del mondo di fuori, quella della terraferma. L’incanto non si spegne così facilmente, permane un desiderio, quello di sentire la laguna risuonare di musiche e sogni.

 

Devo ringraziare l’agenzia Phill Fresh di Jesolo, per la  partecipazione alla versione zero di Lagoon Sunsets il 5 settembre 2015, un’anticipazione di un festival musicale che si terrà nel 2016, in un Patrimonio UNESCO dell’Umanità dal 1987.