Oltrepò Mantovano, ritornare per raccontare

Il fiume scorre placido e indifferente nella pianura e, tra il fiume i paesi c’è l’argine: perciò le case non si specchiano nell’acqua, ma le storie di ogni paese scavalcano l’argine e il fiume tutte le convoglia

Giovanni Guareschi

I luoghi sono sono molto più che una somma di paesaggio, prodotti da mangiare e monumenti, sono come le persone e ancora di più, visto che le contengono e da loro si fanno plasmare. Come gli individui ci attraggono o ci respingono, a volte senza che ci sia un particolare motivo o interesse. L’Oltrepò Mantovano, questa terra di acqua e di confine, tra Emilia, Veneto e Lombardia, continua a richiamarmi a sé. Lo ammetto, è cosa strana per me, che mi affaccio e vedo i monti, che quando posso, li lascio alle mie spalle in cerca del mare, eppure, dopo un lungo fine settimana di primavera sono ritornato qui in estate.

Ricordavo i germogli di luppolo selvatico che crescevano sugli argini del Po, i casolari solitari nella campagna che cominciavano a risplendere del verde che cresceva attorno, le luci del tramonto che già si facevano calde per illuminare la facciata rinascimentale di un’abbazia.

Oltrepò Mantovano, Mantova, San Siro, Corte Bertoia

Ora, in luglio, c’è il verde maturo dell’estate, il cielo blu intenso che non riesci quasi a fissare, la luce forte che ti costringe a vivere appieno i momenti dopo l’alba e quelli prima del lungo tramonto, che qui, senza l’oastacolo delle montagne si adagia lungo disteso, fino alle 10 di sera, con riverberi di rosso e viola che faticano a lasciare spazio alla notte.

E ritorna però la stessa domanda: cosa ci fai qui? Senza le altitudini delle grandi cime, senza l’orizzonte mediterraneo del mare, sembra che qui nell’Oltrepò Mantovano si venga solo per passare, per un saluto veloce che porta subito altrove, verso l’Italia che tutti conoscono e ci invidiano.

Io sono un viaggiatore anomalo, che sta bene laddove sembra non esserci nulla, dove i passi lenti del mattino appena sveglio o quelli silenziosi della tarda sera mi portano a scostare le tende di questo niente e a trovarlo invece pieno di tante cose.

Oltrepò Mantovano, Mantova, San Siro, San Benedetto Po

La quiete con la luce dorata delle 6 del mattino lungo un argine, che segue tortuoso le vie del Po e dei suoi affluenti, che rialza la prospettiva e la fa vagare sui campi e sui campanili, oppure il buio appena interrotto dalle luci di una casa di campagna, mentre mi scivola addosso una brezza che s’insinua tra la terra e l’acqua, lungo il canale che porta ad un’idrovora di inizio ‘900, sono degli attimi che forse non diranno nulla al turista che solca i meridiani e i paralleli verso tropicali sogni. Io ne traggo una dolce soddisfazione e questo mi basta.

Oltrepò Mantovano, Mantova, Abbazia di Polirone, San Benedetto Po, Lombardia

Ritorna il fresco riposante di un chiostro medievale che mi viene aperto da una persona gentile, contenta di mostrarmi la ricchezza della sua terra; un giardino di piante medicinali che ricorda il passato ma guarda dritto verso un futuro più sostenibile in tutti i sensi, o il fuoco ardente del sole che scende fino a baciare l’acqua del grande fiume che riassume un po’ tutto, in un tramonto che puoi anche confrontare con quelli vissuti sul Rio delle Amazzoni o in Indonesia ma una parte di te, più sincera, sa che ogni attimo è irripetibile e che una gita in barca sul Po vale quello che vale, e fidati non è poco.

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Mi dilungherei ancora, perso sfogliando ricordi che trascinano lente le emozioni di questo ritorno nell’Oltrepò Mantovano ma voglio trattenere le parole, non per avidità ma per allungarle e farle arrivare laddove devono andare.

Sono tornato nella Bassa per assorbire, vivere e poi scrivere di questo territorio ai margini del turismo, per farne un racconto che confluirà in un progetto più grande. Presto potrai leggere queste parole, vedere foto e video fatti da un giovane fotografo e video maker, nel sito del Consorzio che gestisce in modo integrato i sistemi culturali, turistici ed ambientali dell’Oltrepò Mantovano.

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La parole si schiudono ma rimane l’eco delle esperienze, vissute in luoghi il cui fascino sta proprio nell’essere lontani dalle narrazioni prolisse, nel silenzio che ancora le avvolge, nello sforzo che va riconosciuto e sostenuto di emergere, con strumenti moderni o grazie ad un libro, che ti consiglio di sfogliare e che avrebbe moto da dire anche a destinazioni più rinomate.

 

La tua fiaba, viaggio ispirazionale sul Monte Grappa

Quando si avvicina la sera si sente scendere dai monti una brezza che ai più appare solo come un soffio di vento, mentre per i bambini, i folli, i santi e i poeti, è una voce morbida come la seta e perentoria come le nude rocce vicine. Non proferisce parole ma nel silenzio invita ad ascoltare una storia che accomuna tutti, gli alberi le cui foglie agita, le nuvole che si colorano al tramonto, gli animali cui accarezza il pelo, gli amanti cui sfiora le guance arrossate e gli antenati che se ne stanno da qualche parte, nelle memorie di tutti. La tua fiaba viaggio interiore verso la pace sarà anche questo vento e questa storia.

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Al tramonto sul Monte Grappa

La tua fiaba, c'era una volta...

Una sera di qualche anno fa, che poteva essere ieri come l'altro ieri, incontrai un cantastorie. Era una persona che ispirava subito fiducia, che usava le storie sentite nell'infanzia in modo strano. Queste storie non servivano infatti per addormentare i bambini ma bensì per svegliare gli adulti.

Claudio Tomaello credeva e crede tutt'ora che dietro le parole delle più comuni fiabe ci sia un mondo, che non ci racconta soltanto delle belle storie ma che è capace di aprirsi sul nostro mondo interiore, quello che spesso celiamo nascosto, come certi forzieri delle fiabe, in fondo al mare o ben protetto da un temibile drago. Forse, dentro quel forziere non ci sono solo tremendi demoni da combattere e reprimere. Forse, dentro di noi, ci sono tesori che attendono di brillare e di far risplendere la loro luce nel mondo.

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Un cantastorie moderno

Certi incontri non sono mai frutto del caso, le strade di certi viandanti si incrociano più volte, perché sembra che i tesori che stiamo cercando siano sì personali, intimi, ma quando li si trova, nasce la voglia di condividerli, altrimenti, racconta una vecchia storia, non servono a nulla. Non sono pentole piene di monete d'oro che si trafugano ai folletti la notte per metterle poi al sicuro in banca, sono più un cibo che non si esaurisce mai davvero e che più lo si utilizza più s'accresce. Una storia ben strana davvero, per un mondo come il nostro, dove si coltiva il sacrosanto dovere alla penuria e all'avidità...ma questa è un'altra storia.

La tua fiaba, un porto di terra...

Io e Claudio ci incrociammo altre volte. Entrambi stavamo cercando infatti di dare voce a quei piccoli grandi luoghi che nonostante l'infuriare delle tempeste del nostro bizzarro mondo, si sforzano di accendere ogni giorno il loro faro, per guidare i naviganti verso un porto di terra, uno spazio dell'animo dove far prosperare nuove domande e antiche risposte.

Ricordo una bella giornata primaverile nel centro storico di Vittorio Veneto, uno dei tanti tesori architettonici che se ne stanno ai margini delle nostre vite sempre di corsa. In un terrazzo io, Claudio ed un suo amico, parlammo del più e del meno, anche se credo fosse quasi sempre del più, di quello che si può scoprire, fare e raccontare per creare una storia diversa, che guidi altri viandanti e li porti a vedere, nelle nebbie di ogni giorno, i bagliori di un mondo possibile, che non è una favola, ma una bella sfida.

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Se percorri una strada già segnata, non arriverai mai in nessun posto nuovo

Poco tempo dopo vidi questo porto di terra, proprio al riparo, in una stanza accanto ad un vecchio castello, mentre fuori infuriava il temporale di un'estate un po' pazza. Tra gli strepiti dei tuoni e le urla del vento, tra racconti inediti e antichi, capii che un giorno ci saremmo incontrati di nuovo, per fare un pezzo di strada assieme.

La tua fiaba, un viaggio...

Quando mi sono imbarcato sulla nave di Destinazione Umana sapevo che il mio viaggio non era una traversata del mondo in solitaria. Volevo fare una sorta di spedizione, per scoprire nuovi sentieri. Per trovarli, avrei avuto bisogno di chi li conosceva, di chi li aveva almeno intravisti.

Ecco che Claudio Tomaello ritornava a comparire nell'atlante fantastico che stavo piano piano componendo, tra appunti e sogni sparsi. Ho lanciato allora una bottiglia con un messaggio virtuale nel mare quasi infinito del web e lui ha risposto.

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Una storia di pace sui monti dove un tempo ci fu la Grande Guerra

La tua fiaba è un piccolo porto di terra, le cui coordinata sono state quasi tutte tracciate da Claudio. Lui ha trovato Agriga, il bellissimo agriturismo biologico che ci ospiterà ad inizio luglio, non solo una struttura "bio" ma il concretizzarsi di un sogno personale, una storia di cambiamento, una vera e propria destinazione umana. Lui ha raccolto le sue mappe, la sua bussola ed il suo astrolabio per dare un orizzonte a questo primo viaggio ispirazionale in Veneto.

Questa piccola storia non vuole terminare qui, perché il percorso è ancora lungo e se abbiamo tracciato una strada da percorre assieme, io, Claudio Tomaello e Sara Cunial che ha creato Agrigra, attendiamo fiduciosi gli altri viandanti senza cui sarebbe difficile intraprendere questo viaggio. Anch'io sono molto curioso ed emozionato, come prima di ogni partenza.

Il Monte Grappa, non lontano da dove abito, è sempre stato per me un nome che sapeva di guerra, quella Grande, che imperversava 100 anni fa. Questo viaggio ispirazionale sarà invece la possibilità di raccontare una storia migliore, una possibilità di rinascita, per tutti noi e per quei luoghi.

Ciò che l'essere umano distrugge, l'essere umano può ricostruire, è il finale provvisorio che voglio lasciare su questo diario di bordo.

Storydoing, vivere e raccontare i luoghi, oltre le mode

Si ripercorrono davvero le stesse strade? Si passa davvero  per gli stessi luoghi? Stavo andando a Caorle, per parlare di narrazione ad un corso rivolto ad imprenditori del turismo. Sono riuscito per un attimo ad andare oltre l’ansia del momento gettando una veloce occhiata ad una macchia lontana di alberi, che chissà quante persone scorgono, come me, andando al lavoro e di cui presto si dimenticano.

Vivere i luoghi che ci circondano sembra avere poco a che fare con il lavoro, la formazione, lo storytelling, ma se non siamo capaci di essere presenti in uno spazio, di fare esperienza di un territorio come possiamo poi comunicarlo a qualcuno. Bisogna fare propria la vita per poterla raccontare. Lo chiamano storydoing ma come sempre, credo sia solo buon senso, non inteso come ragione quanto come apertura.

La macchia lontana è il Bosco delle Lame, poco distante da Concordia Sagittaria e da Caorle, un’area boschiva recente che ricorda però quelle che un tempo ricoprivano la pianura padana. Quest’area naturalistica è casa per decine di uccelli stabili o migratori, è uno spazio di benessere.

Mi ci sono addentrato lo scorso anno per poi raccontarla sul sito di bibione.com. Pur nelle difficoltà del mio lavoro, dove la sostenibilità economica non è mai garantita, dove le belle cose che racconto o che ci raccontiamo tra colleghi si scontrano con la sordità inconsapevole del mondo fuori dagli schermi e con quella consapevole di strategie assenti o sbagliate, ringrazio sempre di poter conoscere luoghi come questi, apparentemente banali ma invece ricchi di piccoli beni preziosi: quiete, biodiversità, bellezza.

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Fermarsi, lasciarsi andare e ringraziare

Sono luoghi reali che non chiedono di inventarsi nulla, che Comuni, Consorzi e singoli possono condividere per vendere qualcosa di più  e forse di meglio, che la solita vacanza, minacciata dalla precarietà di ogni cosa: clima, economia, sicurezza…Nell’incertezza della vita io credo ci sia la possibilità di ancorarsi a qualcosa, la capacità di stabilire armonie, di sostenerle e di raccontarle.

Lo storydoing, il fare le storie, è anche questo, dare spazio a quello che c’è sempre stato, la natura in questo caso, e farla propria. Perché se facciamo nostro un luogo il racconto sgorga naturale come una fonte viva, non stiamo vedendo, non stiamo attirando nelle nostra rete un piccolo pesce, il cliente, ma stiamo semplicemente parlando di quello che c’è, perché lo consideriamo importante, prima di tutto per noi stessi.

Se storytelling è diventato quasi sinonimo di raccontare favole – le favole, quelle vere, hanno in verità un valore fondamentale per la nostra crescita -, lo storydoing è un racconto che fa partecipare le persone, che le porta a schierarsi.

Un bosco, tra la campagna e la laguna, la casa di querce e aironi, può diventare qualcosa di più di una macchia nel finestrino di uno stressato uomo d’Occidente, ma può trasformarsi in un giardino naturale da conservare e rendere vivo, a patto che iniziamo a diventarne parte.

Non dobbiamo arrampicarci sugli specchi per vendere le solite vecchie cose che si vendono dagli ann’60, come le spiagge dell’alto Adriatico, non dobbiamo nemmeno inventare ogni anno nuove parole inglesi. Non importa se lo chiami storydoing, storytelling, comunicazione emozionale, a me importa che ti guardi attorno e che tu riesca a capire quanta bellezza esiste. Se la comprendi la potrai anche trasmettere, senza perderti nei meandri dei tecnicismi che a volte ci allontanano sempre di più dal cuore delle cose.