Luca Vivan

perché le parole sono importanti, le parole plasmano il mondo

Ridiamo cuore alla vita

Le giornate di pioggia, in cui l’orizzonte scompare velato da mille nubi che paiono una sola, le giornate d’autunno, in cui gli unici colori sono l’oro ed il bronzo che si attarda sui rami non ancora spogli, inducono alla riflessione. Avrei dovuto scrivere altro, seguendo sempre le regole non scritte che impongono parole chiave per farsi trovare sull’onnipotente Google, tranciando le frasi per farle stare dentro i parametri di scrittura breve e sintetica che impone chissà chi, ignaro che la lingua italiana ha una grande ricchezza, di frasi lunghe come cammini. Non parliamo una lingua commerciale, nata nei porti, ma tra colli e lungo i corsi dei fiumi, in secoli di poesie e riflessioni.

Sono giorni strani, in cui mi pare che l’emotività generale sia più reattiva del solito ed io, come spesso capita, mi trovo a fare da spugna. Non so se sia un dono questo o una maledizione. La sensibilità ha i suoi grandi pregi e i suoi tremendi difetti. Come la possibilità di vedere più in là, di scorgere nuovi mondi e nuovi modi di essere, mentre attorno tutto sembra arrancare ancora, immerso in una palude.

C’è il Black Friday, ci sono i saldi, tutto si compra e tutto si vende, eppure a me pare di sentire degli scricchiolii sempre più forti, quasi da non dormire la notte. Non sono qui ad annunciare crolli e rovine, felicitandomi di essi. Sono qui a scrivere, mentre fuori piove, mentre la lentezza del sabato invita a partire, per ritrovare qualcosa di più vero.

Nel mio lavoro devo spesso indossare maschere e ruoli, salire su un palcoscenico dove quello che dico rischia di essere diverso da quello che sente il cuore. Bisogna campare si dice, bisogna pur lavorare. Se invece lavoro e felicità potessero andare assieme? Se si potesse guadagnare non per riempire dei vuoti ma per avere i mezzi necessari a vivere bene, se si potesse farlo senza ingannare gli altri e soprattutto se stessi? E’ così difficile aprire per un attimo solo le serrature delle nostre corazze e respirare liberamente, immaginando una vita diversa?

Economia, lavoro, marketing sono diventate parole spigolose, taglienti, nemiche, si pronunciano per dovere, di fretta, per non rischiare di farsi male. Invece, sono parte della vita. Le gestione delle risorse disponibili, le attività che facciamo per realizzarci e per sostenere le comunità, la comunicazione che da valore a tutto ciò. Bisogna tornare a dare cuore all’economia.

I am dreamer, but I’m not the only one…e forse meglio sognare che continuare a dormire, come facciamo da secoli, lasciandoci depredare dalla bellezza, di noi stessi, della Natura, delle difficoltà, però vissute degnamente, senza nasconderle o impugnarle per ferire gli altri. Perché ora ci nascondiamo dietro vecchie personalità, dietro inganni perpetrati da troppo tempo, li usiamo per farci sottomettere o per sottomettere. Vittime e carnefici si sostengono a vicenda. A poco servono le giornate mondiali contro quella o quell’altra violenza, finché non riconosciamo gli inganni di cui sono tessute le nostre vite, insieme.

Non è un cammino facile quello che ci porterà fuori dalla palude ma stare fermi non si può. Il vecchio mondo vacilla, se ne sta andando, nonostante i saldi di ieri e i Cyber Monday di domani.
Vedere più lontano significa forse rinunciare ad uno sconto oggi o ad un buon posizionamento su Google, ma forse ci permette di cogliere un sentiero e di percorrerlo, assieme.

Forse se vogliamo che la gente torni amica della teoria economica e la teoria economica si dimostri amica della gente, servono economisti più umanisti e meno tecnicisti. Studiosi che alla domanda. ‹‹Cosa ti ha spinto a diventare economista?›› Potrebbero dare risposte simili a quella che diete quasi un secolo fa il grande Achille Loria: il dolore umano.

Luigino Bruni

Ogni stagione hai il suo frutto ed il suo essere umano

Il mondo ci spinge sempre, la necessità di provvedere a noi stessi non permette deroghe e non è una novità, dobbiamo mangiare, vestirci,  dormire in luoghi riparati. Lo facciamo da sempre.

Forse, con le tecnologie attuali e un pizzico di saggezza, potresti avere più tempo per te stesso e dedicarti ad altri bisogni, come quello di stare vicino a chi ami, quello di viaggiare, di esprimere i tuoi talenti e di mantenerti in salute, perché si sa, questa viene prima di tutto.

In un mondo dei sogni – quelli fatti da sveglio, quindi realizzabili – l’autunno potrebbe diventare una stagione in cui si smette di correre e si rallenta. In fondo, la Natura sembra dirci proprio questo:

“Non vedi le foglie che cadono, l’erba di campo che avvizzisce, la luce che scende sempre più obliqua e si nasconde dietro i monti. Non vedi gli uccelli che migrano verso sud e quelli che restano sono matasse di piume che si muovono furtive e veloci tra le stoppie, mentre le nuvole sono così basse e gonfie di pioggia da toccare la terra?”

Tutto cambia, persino il cibo. Io che in estate divoro pomodori ed esalto il basilico, mettendone manciate ovunque, quando cambia la stagione avverto un mutamento anche nel mio appetito e allora vado in cerca di cibi cotti come di una coperta, con cui ripararmi dal freddo. Sembra un processo naturale ma ti assicuro che non è sempre stato così. Quando portavo a spasso il mio corpo e non mi occupavo di lui se non quando si ammalava, il cibo era uguale ad ogni stagione, i pomodori erano buoni anche in dicembre.

Ci vuole educazione per tornare a sentire se stessi. Ora cerco di mangiare non con la testa, che mi dice: “bisogna mangiare questo e quello perché fanno bene, l’ha detto quel dietista o quel guru dell’alimentazione naturale” (in tal senso, ti suggerisco la lettura di questo articolo, molto eloquente), ma lo faccio con lo stomaco, che sa di cosa ho bisogno. Un giorno spero di farlo anche con il cuore, che sa benissimo che se si è arrabbiati o tesi, è meglio tenere la bocca chiusa, sia per mangiare, sia per parlare.

 autunno, foliage, Pordenone, parco del seminario Pordenone, Friuli-Venezia Giulia, autunno

Ultime luci, nel cielo blu che sa di freddo

Tutto cambia, persino i viaggi. Io, che partirei dietro ogni treno o dietro la scia di ogni aereo, quando arriva l’autunno, quello vero, quello che vien buio alle 5 di sera e c’è brina al mattino, mi fermo, anche se non sono immobile, non ho più voglia di correre.

Una parte di me vorrebbe sforzare questi blocchi naturali e spingersi continuamente all’azione, tanto esistono le tecnologie: il riscaldamento, l’illuminazione elettrica, i vestiti pesanti…ma forse, la vera ecologia, non è continuare a fare le stesse cose, solo con un pizzico di bio in più, quanto adattarsi allo scorrere delle stagioni, seguirne il flusso, senza opporre resistenza, tornare ad essere parte del mondo.

I pomodori ed il basilico diventano una metafora del nostro essere qui, del nostro viaggio di ricerca: in inverno non ci servono più, la loro funzione rinfrescante l’hanno già svolta, ora è tempo di altra frutta e verdura, è il momento di un altro tempo, più lento e riflessivo, per covare sogni e progetti.

Un giorno non lontano il nostro viaggio ci porterà qui, a questo tempo senza tempo, privo di inutili ansie, privo di inutili corse, dove l’autunno sarà autunno e ci saranno meno mail, meno riunioni, meno novità ma più foglie secche su cui camminare, più mani da stringere sotto le coperte, più spazio per coltivare quello che serve veramente e che sboccerà in primavera.

 

 

 

 

Parigi personale, un’inizio di racconto senza meta

In questo piccolo spazio parlo di viaggi e non solo, parlo soprattutto di me, delle impressioni che mi lasciano addosso, come profumi di buon cibo, i luoghi che incontro, i progetti che cerco di conoscere meglio. La mia vita è fatta anche di parole non dette, di ricordi che rimangono chiusi in molteplici cassetti, di sensazioni che se ne stanno quiete da qualche parte. Parigi non è solo una città per me, è uno spazio dell’animo in cui sono andato e tornato più volte, ogni volta scandendo dei passaggi della mia esistenza. Forse è per questo che non ho mai pensato di parlarne, quasi volessi tenermi tutto per me. Una sorta di timidezza bloccava il pensiero e le mani. Oggi invece ho deciso di lasciar scorrere le dita, di rovistare tra i ricordi, per un racconto senza meta e senza tempo, di una Parigi personale.

Louvre, senza fine

 Parigi personale, Parigi, Francia, Paris, Louvre

La luce dei ricordi, quelli nascosti, quelli conservati

Ti prego di non cercare un senso preciso in quanto leggerai, questo non è il resoconto di un viaggio ma un diario che si compone di pagine sparse, riordinate senza un criterio, se non quello delle immagini che vengono a galla, improvvise.

I ricordi sono come pezzi da museo, oggetti ed emozioni nascoste, che si conservano al riparo di spesse mura e barriere, che passano inosservate davanti a migliaia di attimi, fino a brillare di colpo e prendere vita.

Il museo del Louvre è una presenza costante dei miei viaggi a Parigi, una mole enorme ed antica che si staglia nel centro della città. Ci sono entrato due volte, una, quasi per caso, ammirando una mostra temporanea sulla calligrafia persiana, stampe e pitture in cui il minuscolo era arte che si ingrandiva riempiendosi di simboli e rimandi segreti. La seconda volta, per visitare la sezione egiziana.

Parigi personale, Parigi, Francia, Paris, Louvre, Egitto, museo egizio del Louvre

Ieratico, capace di sfidare i millenni

Sono sgusciato tra la folla, oltre i controlli, oltre le file e disorientato dall’enormità di questo palazzo di cui si fatica ad intuire l’immensità fuori, nelle strade, ho cercato la sua parte forse più misteriosa. L’antico Egitto è un fascino senza tempo, capace di attirare i viaggiatori dell’animo da millenni.

Il suo linguaggio simbolico appare più antico delle parole, dei pensieri che danno loro forma, una sorta di magia che non serve ad incantare ma a svelare segreti più preziosi di qualche tomba. Nelle pareti, tra le decine di stanze, appaiono segni ed architetture che sembrano indicare una via oltre il deserto dei secoli trascorsi. Non tanto misteri su cui scrivere trame per romanzi e film da quattro soldi, quanto verità da decifrare, per arricchire anche il nostro presente, di uomini e donne del XXI secolo. La staticità monumentale della pietra è lì apposta per scacciare la fugacità frenetica ed ansiosa dei nostri piccoli quotidiani, sembra messa lì apposta per ricordarci l’eternità della vita.

Parigi personale, Parigi, Francia, Paris, Louvre, Egitto, museo egizio del Louvre, ankh, Horus

Ankh, simbolo della vita

Una delle immagini che risalgono la memoria della mia Parigi personale, è questo dono, che il dio Horus fa ad un faraone. Io non saprei dirti molto, come migliaia di altri visitatori mi sono accostato a questo bassorilievo, ne ho ammirato i colori, così vivi nonostante chi l’abbia creato sia ormai polvere del deserto che circonda l’Egitto. Mi sono lasciato toccare dalla forza gentile che trasmette, il resto lo lascio a chi ne sa più di me. Umilmente mi metto da parte.

Il museo egizio del Louvre è vasto più di 30 sale, che toccano tutte le ere dell’antico Egitto, migliaia di reperti e di storie che meriterebbero di essere accompagnate da una guida speciale, da qualcuno che ne conosca i simboli e le funzioni. Nonostante la mia ignoranza, mi ritengo fortunato ad aver camminato ed osservato, un po’ come un bambino, quello stesso che si incuriosiva per le piramidi o per le vicende di uno scriba, che ieri come oggi sogna di volare al di là del Mediterraneo.

Il resto, quello che spesso da un senso ad un blog di viaggio, lo puoi trovare nel sito del Louvre, dove ti consiglio di comprare in anticipo i tuoi biglietti, per evitare le code.

Un café, s’il vous plaît

Parigi personale, Parigi, Francia, Paris, Cour Damoye, Brûlerie Daval, torrefazione Parigi, caffè Parigi

Una tazza di caffè, una sosta

La mia Parigi personale è anche un vicolo deserto ed una tazza squisita di caffè, una delle tante felici contraddizioni di questa metropoli. A due passi da Place de la Bastille, improvviso e inaspettato, esiste un angolo di pace, dove anche nel pieno pomeriggio si sente appena il suono dei passi di un raro passante. Della città frenetica ed infinita non rimane una sola traccia.

Cour Damoye è stata una sosta lenta, di quella lentezza che si allunga e stiracchia come un gatto, che si prende il tempo per leggere una scritta o le nuvole che passano, mentre seduto ad uno sgangherato tavolino aspettavo un caffè, fatto con la moka. Tra gli atelier, i laboratori o gli studi d’architettura c’è un resto del mondo di una volta, quello fatto di sacchi di juta e confusione, in barba alla perfezione chic che sembra uno stereotipo di Parigi. La Brûlerie Daval è una delle ultime torrefazioni della città, gestita da un’anziana signora che si destreggia tra decine di grossi sacchi ricolmi di varietà pregiate di tè e caffè.

Mi sono preso una sedia ed ho atteso. Io che posso vivere senza caffè sono rimasto colpito dal gusto di quella tazza, che non voleva essere offesa nemmeno dalla punta di un cucchiaino di zucchero. Il suo aroma saliva nell’aria quieta e poi scendeva nella mia bocca, mentre tutto il resto si fermava. Il caffè non era più la bevanda eccitante che serve per correre di più, per correre ancora, tornava ad essere un piccolo rito, con me stesso.

 

E dopo questo caffè lento? Nella mia Parigi personale ci sono spettacoli di commedia dell’arte a Montmartre, parchi grandi come quartieri, mercati delle pulci davvero inusuali, vetrate gotiche, feste della musica e chissà cos’altro ancora…non basterebbero le pagine e per ora rimango seduto a questo vecchio caffè, assaporando un po’ il gusto che rimane in bocca dopo aver attinto a dei felici ricordi.

 

 

 

« Older posts

© 2016 Luca Vivan

Theme by Anders NorenUp ↑

Follow

Se vuoi, puoi ricevere ogni nuovo articolo via email: