Luca Vivan

perché le parole sono importanti, le parole plasmano il mondo

FESTinVAL, non solo un festival folk

Mi hanno chiesto come si fa a parlare di qualcosa se non la si vive davvero: difficile, quasi impossibile. Eppure, ci sono quei rari momenti fatti di persone, che sono squarci di luce nel cielo grigio che ci cuciamo addosso tutto l’anno, istanti che emanano felicità pura, quella che non ha bisogno di nulla. Sono stato ad un festival folk e non ho ballato in gruppo ma ho vissuto – eccome! – la gioia delle persone venute da ogni dove vicino a casa mia, in Val Tramontina, tra le montagne del Friuli occidentale, per 5 giorni senza riposo, che invece di stancarmi mi hanno ricordato che ci affatica più la noia, mai la felicità e la buona compagnia.

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Il verde ed il blu, i monti e la valle, scenari del FESTinVAL

Prima di arrivare al FESTinVAL, ho percorso le campagne fitte di mais e di vigneti e poi le prime colline che preannunciano un altro mondo, quello che sale verso l’alto e che non lascia più spazio al cemento e alle industrie. La mia mente si distraeva con futili domande su quello che mi aspettava, perché in fondo, a parte qualche pizzica e tarantella, della musica popolare non ne so nulla. C’era la paura di annoiarmi, di essere come un pesce fuor d’acqua in un festival folk, di andare verso un luogo già conosciuto.

Sono bastate poche ore, in cui mi aggiravo tra ballerini di mezza Italia, per entrare in sintonia con qualche volontario dello staff, con qualche ragazzo o ragazza più giovani di me, che come me amano viaggiare e non dare per scontato il mondo. Mi sono ritrovato a parlare in spagnolo con i membri di un’orchestra della Catalogna e poi in francese con un’amica di amici. Si è fatta notte mentre ancora decine di persone, di tutte le età, danzavano senza sosta, senza dimostrare alcuna stanchezza. Quando la musica dei concerti è finita, è iniziata quella improvvisata, fatta di un violino, di un mandolino o una chitarra attorno ai tavoli dove alcune ore prima si cenava e così via, fino alle 4 almeno, quando qualcuno ha gentilmente chiesto di spostarci perché doveva spegnere la luce.

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Danzando la notte

Chi pensa che solo la musica “moderna” faccia tirare tardi deve ricredersi, i festival folk sono un concentrato di energia che ha bisogno di poche ore di sonno e che va avanti fino all’alba, senza bisogno di alcolici o altre droghe. E così, è presto iniziato un nuovo giorno, fatto di stage di danze e di canti da ogni angolo d’Italia, d’Europa e anche oltre: Marche, Francia,  Grecia, Piemonte, Armenia, Puglia, Campania…stanze e angoli di giardino improvvisati si riempivano di provetti ballerini e musicisti, o di semplici curiosi che facevano risuonare Tramonti di Sotto come una sala da ballo e concerti, senza barriere.

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Un tamburello delle Marche che risuona in un cortile del Friuli

Mentre la musica era un’eco di allegria nella valle, le strade del paese si popolavano di bancherelle di artigianato autentico e i cortili delle vecchie case, nascoste durante l’anno, si aprivano, decorandosi e vestendosi a festa, per accogliere le numerose persone che arrivavano da tutta la regione e anche da più lontano. Bastava entrare in un vicolo o in una piazzetta per scoprire un laboratorio sul mosaico, sul vetro, sul formaggio o su antichi gesti, come quello della fienagione con la falce o della fabbricazione di cesti e gerle.

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Cuori e cortili che si aprono

Dicono ci siano state 5000 persone tra sabato 6 e domenica 7 agosto, io non sono bravo con i numeri ma l’emozione nell’aria era quelle delle grandi feste. Il FESTinVAL  era una casa che accoglieva famiglie ma anche giovani, turisti dalla Francia e dall’Austria ma anche abitanti della pianura che pensano che qui tra i monti ci sia solo chiusura e noia. Vicoli, cortili e piazze risuonavano di concerti itineranti, di suoni nomadi, della Grecia, dell’Iran o del sud Italia. Un intero paese era in festa e più che un festival folk per “addetti ai lavori” si sentiva il desiderio di stare bene, di godere la fresca estate dei monti e di sfiorarsi in una danza o in un sorriso.

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Danzando i vicoli, le strade, gli spazi pubblici

Il confine tra il giorno e la notte era debole, quanto quello delle musiche, che pur avendo un nome e un territorio di appartenenza, esprimevano tutte lo stesso bisogno: quello di stare assieme, di dimenticare il mondo là fuori, con le sue bugie e le sue divisioni, per ritornare alle proprie origini, senza distinzioni. Il tema di questa edizione, la quarta, era proprio “Radici”, la ricerca della dimensione profonda dentro di noi, uno spazio interiore comune, che la fisicità del canto e della danza fanno sgorgare liberamente, un regno che seppur individuale è patrimonio dell’intero genere umano.

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Danzando una tarantella in Friuli

Le ore trascorrevano senza porsi il problema del tempo, i corpi vorticavano nelle danze, le chiacchiere si allungavano oltre la cena fatta di tradizioni del territorio, il mondo pareva invece fermarsi e non c’era alcuna voglia di farlo girare per tornare a casa, alla vita di ogni giorno.

A chi mi chiede cosa c’è da fare ad un festival folk se non si sa o non si ha voglia di ballare, posso solo dire di ricavarsi un piccolo pezzo d’estate per venire qui tra i monti del Friuli, per stare svegli fino a tardi, danzando la piccola e concreta utopia di una festa che non appartiene a categorie, schemi e chiusure, dove non serve indossare nessuna maschera ma basta lasciarsi andare, perché la vita è suono ed è bello tornare ogni tanto a quello che siamo veramente, felici e assieme.

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Nei boschi del Casentino, camminando la storia

In viaggio tra una valle e l’altra della mia regione, il Friuli-Venezia Giulia, mi torna in mente, come un’eco, un altro luogo poco conosciuto e quasi remoto, incastonato in una delle regioni più turistiche d’Italia, la Toscana. Del Casentino ne parlo al barbiere di un piccolo paese, quando mi dice che in certi luoghi dell’Italia centrale c’è un’atmosfera che non ti riesci a spiegare, dovuta forse a piccoli e grandi personaggi che ci sono passati e hanno fondato monasteri o eremi, che hanno creato nuove strade, da percorrere nel mondo ma allo stesso tempo lontane dal mondo. Del Casentino, della sua quiete lontana dal mondo, trovo tracce anche in un libro che sto leggendo in questi giorni “Gli psicoatleti” di Enrico Brizzi, dove si parla di questa valle, come terra di magia popolare e antica.

Torno così con la memoria verso questo territorio, vicino ad Arezzo, ripercorrendo le sensazioni di una natura forte e a tratti incontaminata, di uno spazio che è come se si preoccupasse poco del grande turismo e del grande rumore che c’è là fuori. Credo che i luoghi autentici, ammantati di una forza primordiale, potente ma discreta, non abbiamo bisogno della gloria fugace destinata a durar poco.

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Camminando si ha più tempo per ascoltare e per vedere

Su invito di un’amica mi trovo nella piazza di un piccolo borgo, Quota, dove poco a poco arrivano escursionisti e chiacchiere di quel dialetto aperto e a tratti irriverente che è il toscano, nella sua variante locale. Poco vicino avvengono le presentazioni di rito e poi una spiegazione di una giovane studentessa di architettura. Il borgo sembra allora tornare indietro di cent’anni almeno e i boschi vicini tornano ad essere per un attimo terrazzamenti e sentieri che si incamminano con fatica nelle colline che lo abbracciano, vie di chi faceva il carbone o di chi raccoglieva le castagne, dei giovani che s’incontravano segretamente con le loro coetanee della vicina e osteggiata Raggiolo, per un amore più forte degli antichi campanilismi.

Dopo un buffet di immancabile pappa al pomodoro, panzanella e pecorino, l’allegra comitiva lascia la pietra del paese per le vecchie strade di terra, quasi scomparse a favore del cemento e ora ripristinate grazie a dei coraggiosi abitanti. Tra i rovi e i castagni si intravvedono rovine e si immaginano storie, come quelle della guerra gotica del VI secolo d.C., quando qui si scontrarono Bizantini e Ostrogoti.

I miei passi si fanno presto solitari e più che dalle parole, mi lascio prendere dalle visioni di boschi e di un borgo arrampicato su un colle, che si aprono improvvise tra le querce.

Senza tanta fatica siamo arrivati a Raggiolo, borgo di antichi abitanti della Corsica richiamati qui per lavorare il ferro delle armi che servivano nelle continue lotte intestine a valle. Ora, tra i vicoli e le case di bella pietra levigata, risuona la pace di chi non si arrende all’abbandono della modernità e sa essere paziente, come i propri avi, perché il futuro sarà di nuovo qui, lontano dalle moderne guerre dell’economia, tra i boschi, nell’aria pulita, nelle relazioni umane e con la terra.

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Nelle vecchie piazze a ritrovare i segni e le parole che serviranno per il futuro

Sulle orme di Dante Alighieri, poeta del Casentino

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Alle sorgenti dell’Arno, in compagnia di Dante

Riccardo Starnotti è una personalità vulcanica che non puoi dimenticare, all’esuberanza del toscano aggiunge una a dir poco vasta conoscenza e un’apertura mentale, di chi guarda avanti e ci vede chiaro. La mattina uggiosa che mi accoglie nella piccola e ben curata Stia si anima di colpo in sua presenza. La strada di montagna che percorriamo all’interno del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, sul monte Falterona, a confine con l’Emilia-Romagna, si riempie di discorsi sul turismo del futuro e sull’innovazione che parte dal basso, dalla collaborazione, dalla condivisione che arricchisce tutti.

Le parole però cedono presto terreno, di fronte ad antichi ed enormi castagni che sembrano uscire da qualche libro fantasy, per farmi intendere subito che qui ho varcato un confine immaginario, tra la terra degli uomini e quella delle leggende sempre vive.

Le nuvole cariche di promesse di pioggia ci girano attorno, quasi non osando disturbare il nostro lento incedere tra questi boschi che precedono di secoli le nostre convinzioni. Riccardo si ferma e mi regala qualche aneddoto su Dante Alighieri, frammenti di un mondo medievale che sa di guerre fratricide e antiche saggezze, che difficilmente si possono incontrare a scuola. I versi del Liceo, pesanti da intendere e da interpretare, qui trai boschi del Casentino si fanno portatori di un sapere che trascende la storia locale e nazionale, per diventare patrimonio comune dell’Umanità.

Riccardo non sente la fatica, tanto è il suo entusiasmo per il poeta che ha vissuto in esilio qui, nascosto tra monti e colline del Casentino, tanta è la passione per questa sua terra, che pochi conoscono come fonte d’ispirazione per versi studiati in tutto il mondo.

Arriviamo alle sorgenti dell’Arno e qui l’evocazione di Dante Alighieri diventa quasi reale, con Riccardo che indossa i panni medievali del poeta fiorentino e recita un passo del Purgatorio, accanto al suono del fiume, ancora neonato, che sgorga dalla roccia.

Il resto prosegue nella pioggia che ci minaccia ma che non osa scendere, verso un lago, sede di rituali etruschi e romani, mentre tutto attorno tace, quasi come per rispetto. Il ritorno a Stia si riempie ancora di visioni di nuovi turismi e nuove imprenditorie sostenibili, rimane però la sensazione di essere passati attraverso un mondo primordiale che se ne sta lì, quieto, superiore alla fugacità della storia umana, pronto però ad elargire qualcosa di più profondo a chi lo sa ascoltare.

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Ancora oggi si chiamano Foreste Sacre, un motivo ci deve essere…

Mi scuso, perché le parole da lasciar andare sono molte di più, evocate dalla sensazione di quei giorni, dall’accoglienza dei miei ospiti, dalla quieta bellezza del Casentino. Alla velocità di questi mezzi, rispondo allora con l’invito a considerare una lenta vacanza dell’ultimo momento, lontana dalla furia turistica di agosto che imperversa altrove ma non credo qui, per venire in questa valle della Toscana, a camminare nel silenzio, tra le antiche storie e nella magia che prospera nonostante tutto.

Per camminare la storia, puoi seguire gli eventi dell’EcoMuseo del Casentino, sentieri che a volte si intrecciano con i percorsi del Sommo Poeta e dei suoi amici.

Estate, la forza della vita

E’ inutile che ti dica che il mondo è in trambusto e che sono mille i fronti verso cui girarci e provare amarezza, rabbia e paura. Questo è facile, lo senti ogni giorno attraverso le chiacchiere da bar, nei vecchi e nuovi media, attraverso quella sottile ma persistente inquietudine che muove i passi di molti, anche di coloro che sembrano i più convinti di sé. Il difficile sai cos’è? Opporsi a tutto questo? No, è facile anche questo. Il difficile è andare in cerca della vita che cresce e prospera nonostante tutto. L’estate è lì ad insegnarcelo.

In questo periodo sto leggendo un libro che mi è stato regalato per il compleanno da una persona invitata all’ultimo momento, arrivata senza pensarci su tanto (anche questa spontaneità degli incontri, delle feste, è un valore da recuperare), un libro che parla di luoghi selvaggi nel Regno Unito e in Irlanda. Oltre a piccoli e grandi panorami di paesi a cui non ho mai pensato come mete di viaggio e che ora sto rivalutando, questa lettura mi ha condotto per mano, con una prosa molto poetica, lungo i sentieri che riconoscono l’esuberanza della natura, della vita, ovunque essa sia.

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Un angolo di Atlantico a Bibione, Veneto

Ora che l’estate è al suo apice, l’invito che faccio a te ma anche a me stesso è quello di uscire dagli schermi, dalla ricerca di animali o paure immaginarie per le solite strade che vediamo con i soliti occhi e di aprirci, per un respiro più profondo, per un abbraccio, per una camminata in montagna o dietro casa, alla ricerca di qualcosa che è sempre lì, germi vitali in attesa di colorare di verde, colore della speranza e della rinascita, anche questo mondo bizzarro.

…avevo imparato a riconoscere anche un altro genere di selvaticità, per la quale prima ero cieco: quello ella vita naturale, la pura forza organica in atto, vigorosa e caotica. Questa selvaticità non aveva a che fare con l’asperità, ma con l’esuberanza, la vitalità, il gioco. La gramigna che spunta dalla crepa di un selciato, la radice che lacera impudente un guscio d’asfalto erano espressioni della natura selvaggia tanto quanto l’onda di tempesta o il fiocco di neve. C’era tanto da imparare in un boschetto di mezzo ettaro ai margini delle città quanto dalla vetta scheggiata del Ben Hope: ecco cosa mi aveva insegnato Roger – un fatto che a mia figlia Lily non c’è bisogno di insegnare. La maggior parte di noi lo dimentica man mano che cresce.

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Una rosa che si apre. Giardino delle rose di Artegna, Friuli

Non serve allora andare lontano, basta aprire gli occhi, soprattutto il desiderio della semplice bellezza che si può trovare passeggiando per un vicolo deserto mentre aleggia il profumo di fiori senza nome,  inseguendo con la vista un piccolo fiume che scorre lento, con la sicurezza di chi sa già dove andare, o camminando la notte per le vie appena fuori città, accompagnato dai grilli, forse dal suono di una canzone vagamente ipnotica, e da un senso di pienezza, che le parole non possono contenere.

Viaggerai leggero in questo modo, senza spendere molto, eliminando a poco poco il superfluo, i rumori della guerra, soprattutto quella che vivi ogni giorno. L’estate, con il calore del giorno, con le notti che diventano momenti di refrigerio, con l’esuberanza dei colori, è a volte più forte del nostro impeto a correre dietro a tutto. Ascoltiamo questa voce sinuosa che ci chiede di abbandonarci.

Ci ritroveremo più avanti, intanto buon viaggio, buona vita!

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