Il Ciuco Raduno 2017, il vero valore della semplicità

Bisogna saper apprezzare le piccole cose dicono. Come sbagliano! Quelle cose non sono affatto piccole.

Andrea di Lauro

Mi trovo sempre davanti al solito dilemma, mai veramente risolto, come poter raccontare la vita? Le parole sono strumenti grandiosi, riescono a far vibrare corde nascoste ma nel loro essere logiche, come possono raccontare il sorriso di un bambino, la carezza che timidamente fa ad un asino, o la spensierata allegria di centinaia di persone che passeggiano in un parco, o ancora le nuvole della sera farsi rosa ed arancioni mentre sei in fila ad aspettare la cena? Se penso al Ciuco Raduno ho queste immagini, ho queste emozioni di quieta gioia, non ho numeri e schemi da fissare nero su bianco. Sono troppi i colori e le sfumature che hanno tinto questa festa.

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Gli eccessi a cui siamo abituati hanno tanti numeri e sono pieni di rumore, di luci, di sensazioni veloci. Un raduno di asini, una festa di famiglie in un parco, una passeggiata lungo un torrente e le strade di un vecchio borgo, sembrano invece cose da poco.

Io che però trovo la pace nella quiete del bosco, che mi sorprendo ad amare la luce tremula dell’ultimo tramonto nelle sere d’estate, so intimamente, non certo per grandi conoscenze di fisica e botanica, che quello che crediamo semplice invece racchiude dei mondi.

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Lettore che mi conosci da qualche anno o che forse sei di passaggio per questo blog, io non racconto cosa e quanto, forse più il come. Non scrivo fatti ed interpretazioni ma gioco con le parole, per condurre in altre direzioni.

Il Ciuco Raduno l’hanno descritto giornalisti che in questo sono molto più bravi di me. Io cerco il cammino del viandante, forse del poeta o del bambino, che cerca di scorgere la bellezza dietro ogni passo.

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Bella è la stanchezza della Compagnia degli Asinelli e della Cooperativa Controvento che hanno organizzato e reso possibile il Ciuco Raduno, scrivendo un progetto, organizzando i volontari, gestendo i pasti per i numerosi ospiti che hanno dormito la notte nel Parco Rurale di San Floriano e per gli ancora più numerosi visitatori o creando una campagna di comunicazione che per professionalità e originalità potrebbe far scuola nel settore del no profit ma anche in quello commerciale.

Bella è la fatica che viene premiata ancora da loro, le semplici cose: come la felicità di chi è passato per di là, di chi si è avvcinato all’asino per la prima volta in vita sua, di chi scalzo camminava sull’erba un pomeriggio d’estate.

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Bella è la luce danzante del fuoco, che una donna muove la notte del primo giorno di Ciuco Raduno appena concluso; bella la fiaba raccontata da una moderna cantastorie, per risvegliare gli adulti; bella la musica del sassofono e della fisarmonica mentre attendo il mio piatto; belle le chiacchiere sui giovani volontari, così lontani dalla triste cronaca di ogni giorno, che invece studiano e si appassionano; belli gli asini che docili si fanno portare e portano, adulti e bambini, su e giù lungo i sentieri del parco.

Io sinceramente non so dirti altro. Parole ne potrei scrivere quante ne vuoi, sono gratis d’altra parte ma stordire non serve. La bellezza la puoi cogliere come si fa con un fiore, basta chinarsi e riconoscerne il valore.

Dietro la voce che ti fa andare via sempre di fretta, c’è un mondo, fatto del tempo che richiedono le cose importanti per crescere e diventare grandi. Ci sono lo sforzo, il rischio, l’ingegno, la pazienza e le relazioni. La carezza ad un asino implica decine di muscoli che si muovono, implica coordinazione e leggerezza allo stesso tempo, implica il desiderio che è così complesso da non poterne nemmeno parlare in mille libri.

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Il Ciuco Raduno non può essere raccontato ma solo vissuto, riconoscendo che le cose piccole sono quelle che ci sostengono ogni giorno e che in fondo, sono grandi, molto più grandi di quello a cui siamo abituati a pensare.

Ti aspetto il prossimo anno allora, alla quarta edizione di questa grandiosa festa!

Norvegia del nord, impressioni di un viaggio ai confini del mondo

Prima che la neve si sciolga, prima che il vento impetuoso cali, prima che la routine inghiotta la meraviglia, sento il bisogno di condividere qualche parola sul mio viaggio nella Norvegia del nord. Ci sono ancora fogli da sistemare, appunti mentali disordinati e centinaia di foto sparse, che quando apro mi investono con un odore di ghiaccio e altri mondi. Sono stato via pochi giorni ma sono bastati per entrare come il freddo, dentro i vestiti, per farsi strada fino a quelle parti dell’animo in cui attecchiscono i luoghi incredibili, quelli che ho avuto l’onore di poter visitare nella mia vita.  norwaytbnet

Sono sincero, quando ho ricevuto l’invito ad andare in Norvegia del nord, ho subito pensato al freddo e al fatto che avrei lasciato la primavera per tornare nell’inverno. Io non amo il freddo e non a caso i miei grandi viaggi sono stati in Amazzonia e poi in Australia. Devo ammetterlo, la mia parte lamentevole e paurosa, cercava in tutti i modi di sabotare quella che poi è stata un’esperienza in cui le considerazioni, le critiche o le opinioni non hanno trovato spazio.

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Non darti troppe mete, non correre da qualche parte. Qui basta fermarsi a caso

Non andrai mai in luoghi che sono già all’interno del circolo polare artico per godere di quelle sensazioni che regalano il sud del Mediterraneo o i Tropici. Andrai in Norvegia del nord per il silenzio, per la vastità di spazi pressoché disabitati, per la drammaticità dei paesaggi, per il senso profondo di essere oltre l’umano, oltre quel mondo dove tutto cresce, dove la luce segue dei ritmi tutto sommato abbondanti, dove basta poco per coprirsi. Andrai là con la consapevolezza di essere vicino alla fine del mondo, nella precarietà degli uomini e nel potere selvaggio della natura.

Il paesaggio è infatti ciò che ti parla per primo: coste frastagliate, marroni di scogli e bianche di neve; montagne che si alzano dai fiordi, dandoti quella sensazione impossibile di essere di fronte alle cime a cui forse sei abituato ma con il mare a due passi; poche casette rosse tra distese di neve e betulle, magari ai bordi di quelli che paiono come laghi quando sono invece le dita dell’Oceano che si infilano nel continente; pochi centri abitati, di edifici che si raccolgono gli uni attorno agli altri, come mandrie di animali che cercano riparo dal freddo.

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Fermati ad ascoltare il vento e le onde

Il freddo è senza dubbio l’altro protagonista, fatto di vento che spira imperturbabile, in turbinii di neve o di rara e preziosa luce che cambia completamente il paesaggio, il freddo fatto di neve e di ghiaccio nelle strade, il freddo che si combatte con case o luoghi pubblici caldi ed accoglienti.

La corrente del Golfo del Messico lambisce le coste della Norvegia del nord e mitiga un clima che altrimenti sarebbe molto difficile, lo rende più adatto alla vita e al viaggio, anche quando marzo a queste latitudini è solo un altro mese dell’inverno. Dobbiamo ringraziare questo immenso fenomeno marino se qui le temperature scendono raramente sotto i – 15 gradi, se la notte può capitare di trovarsi fuori da una baita senza guanti. È meglio venire in queste zone preparati con dei buoni vestiti tecnici da montagna ma senza esagerare.

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In riva al mare, al fianco delle montagne

Non sarà un viaggio economico, inutile negartelo. La Norvegia è uno dei paesi più cari al mondo ma venire qui significa fare il viaggio della vita, quello che non si trova all’ultimo guardando le offerte, quello improvvisato di un fine settimana. La Norvegia del nord è un percorso ragionato, un desiderio che matura nel tempo e che si realizza un po’ come le grandi spedizioni del passato, raccogliendo i soldi e la volontà, di concedersi qualcosa di prezioso, non tanto da raccontare agli altri, quanto da vivere intensamente come tutto ciò che è raro e che non va sprecato.

Nell’epoca in cui molti hanno la possibilità di andare da per tutto, essere qui vuol dire fare un viaggio come si faceva un tempo, non un oggetto di consumo effimero ma un onore che va conquistato e che per questo verrà apprezzato anche quando sarà finito.

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Poche case di fronte all’immensità

Sento ancora il suono delle onde che si accaniscono contro le rocce delle montagne, sento il fischio del vento che spazza la neve caduta nella notte, sento il desiderio di bambino che il cielo si apra la notte per vedere l’aurora boreale, sento l’energia che da il freddo e sicuramente il viaggio stesso, che mi permette di dormire poco e di avere sempre gli occhi spalancati.

Per ora ti lascio con queste poche e scarne parole, impressioni minimi di un viaggio in territori che il gergo moderno direbbe “minimal”. Ti lascio con alcune immagini, mentre altre le pubblicherò sul mio canale Instagram. Ti lascio ma tornerò presto, per entrare più dentro il viaggio, per raccontarti della Norvegia del nord, anche se più che mai, qui le parole contano poco, così come conta poco l’immaginazione. Luoghi del genere vanno vissuti, bisogna lasciarli entrare per farli vivere dentro di noi.

 

 

 

 

 

 

 

Nizioleti, turismo lento a Venezia in cerca dei nomi di una città

Le città non muoiono mai davvero, se non quando gli uomini e le donne che le vivono smettono di sognarle. Venezia potrà anche svuotarsi di abitanti e riempirsi di turisti poco consapevoli. Potrà anche invecchiare, come tutte le cose di questo mondo. Potrà anche sporcarsi delle cose frettolose e inquinanti che ha creato un essere umano distratto, ma tra i canali, tra le calli, continuerà ad aleggiare uno spirito del luogo mai assopito, che sonnecchia nascosto, dentro una barca attraccata davanti ad una casa senza nome o su di una bricola insieme ad un gabbiano, o tra la nebbia di una calle secondaria.

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La Venezia delle piccole cose, dei palazzi, delle storie e delle persone che normalmente ignoriamo

Questo spirito non dorme mai veramente e si diverte a corteggiare l’ignaro passante, facendolo innamorare non di carne, non di gioielli, nemmeno di pietre ma di un’idea. E le idee non muoiono mai. Se anche tu sei stato sfiorato da questo profumo di storie , di isole vicine e lontane, di commerci oltre il mondo conosciuto, di intrighi di potere e di vita di ogni giorno, comprenderai che per restituire un po’ di amore a questa città che non è solo una città, ci vuole un approccio diverso. E’ necessario un turismo lento a Venezia.

Tra le piccole lenzuola, una proposta di turismo lento a Venezia

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Rio Terà dei Pensieri, la calle dal nome più suggestivo. Forse tra le vie più poetiche del mondo

Sono tornato a Venezia ed invece di navigare nella sua laguna questa volta ho camminato tra le sue calli, con la testa all’insù, verso quei rettangoli bianchi disegnati sui muri delle case, che indicano i nomi delle strade e di quello che un tempo lì avveniva. In veneziano, dialetto antico ormai italianizzato da secoli, ma orgogliosamente parlato da tutti, gondolieri, facchini o professori dell’Università, sono chiamati nizioleti (pronunciati “nisioleti”), piccole lenzuola.

La mia passeggiata inizia da piazzale Roma, angolo di modernità che lega Venezia alla terraferma come un amo. Prima di diventare approdo caotico di bus e pendolari, qui c’era la tranquillità dei terreni di un vecchio convento. Me lo racconta Luana, una guida di Slow Venice, tour operator formato da persone che hanno a cuore i luoghi dove vivono e che da anni si impegnano per un turismo lento a Venezia, per un approccio responsabile ed autentico ad una città ed un ecosistema in cui non c’è altra via che la lentezza. D’altra parte, è un invito che viene dalla sua stessa natura, quella delle maree che condizionano le vie d’acqua, quello della storia, che scava e sedimenta i suoi percorsi in anni e secoli.

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Luoghi solitari e quasi anonimi nel Sestiere di Dorsoduro

Lascio presto la confusione di chi va e di chi viene, degli orari sui tabelloni, del tempo scandito dai minuti, per intrufolarmi in calli dove subito tutto assume altri contorni, meno precisi, meno ansiosi e per questo eterni. Seguo la voce sapiente di Luana che mi conduce in una Venezia di abitanti, di panni stesi, dove non ci sono orde di turisti distratti ma solo i nomi delle calli che raccontano dei lavori o dei pensieri di ogni giorno.

In questa camminata di qualche ora non ci sono i palazzi dei nobili, i musei o le altre attrazioni davanti alle quali sostano i turisti, che alle volte ostruiscono il passaggio delle calli. In questo tour insolito, piccolo esempio di turismo lento a Venezia, ci sono solo i nomi dei mestieri che con sapienza hanno reso possibile questo tesoro, che tutto il mondo vuole visitare.

L’umile marangon, il falegname; il remer, colui che costruiva remi e forcole; lo spezier, il droghiere che acquistava e vendeva la ricchezza per cui era celebre Venezia nel mondo – le spezie; e decine di altri lavori, alcuni dei quali estinti, sono tutti iscritti sui nizioleti. Queste lenzuola di pittura bianca con le scritte nere sono i testimoni di una Venezia che era il centro verso cui affluivano materie prime di ogni angolo della terra conosciuta: il legno delle Dolomiti, la pietra dell’Istria, l’ambra dei paesi baltici o le piante medicamentose e culinarie del lontano Oriente.

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Le zattere, dove arrivavano gli zattieri che portavano  i legni delle Dolomiti attraverso il Piave

Percorrere le calli in questo modo significa entrare nella toponomastica di una città che si estende ben oltre i suoi confini. E’ come entrare in un labirinto di storie che portano lontano ma in cui non ci si può perdere, il cui centro è quello spirito che non si è mai addormentato. Venezia allora pare diversa, lontana dalla patina luminosa che la vende a caro prezzo, lontana anche da quell’aura di decadenza e fatale declino che è il contraltare di quella vetrina. Venezia è oltre queste cose, è nella storia che la collega agli altri porti del Mediterraneo, nei ponti che da lei partono verso la terraferma e il resto d’Italia, nelle botteghe artigiane che ancora, ostinatamente, resistono e continuano ad innovare.

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Un angolo del Sestiere di San Polo, bello anche senza nome

Una semplice passeggiata diventa così un’affermazione che Venezia c’è, esiste, e che è bella, anche nei suoi angoli all’apparenza meno famosi, che si può viaggiare qui senza calpestare. Il turismo lento a Venezia è un invito a farsi corteggiare ancora, da un’anima che è sopravvissuta alle invasioni di molti barbari e che si trova a suo agio tanto a piazza San Marco, che nelle calli di umili lavoratori, e che vive nelle parole e nelle iniziative di chi crede in lei, come fa Slow Venice.