Luca Vivan

perché le parole sono importanti, le parole plasmano il mondo

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Pordenonelegge il territorio, viaggio nella poesia

…quando assecondiamo il bisogno di fermarci, conoscere e ritrovare le radici del nostro tempo, scopriamo con meraviglia che proprio in alcuni luoghi della nostra regione sono accaduti avvenimenti che hanno fatto cambiare il corso della storia e lo sguardo sull’esistenza.

Un territorio può essere scoperto con i sensi attenti al cibo, alla qualità dei suoi artigiani, alla bellezza delle montagne o dei mari o può essere conosciuto, grattando un po’ la superficie, per leggere tra le righe quello che rimane fissato sulla carta. Pordenonelegge il territorio è un modo nuovo di viaggiare, attento alla poesia che emana dai luoghi, agli scrittori che hanno raccontato i borghi attraverso cui delle volte ci limitiamo a passare.

Nei viaggi non si viaggia e basta, ci sono motivazioni profonde che ci spingono a fare dei piccoli e grandi sacrifici, economici, di tempo e soprattutto di volontà. Investiamo risorse personali e umanissime per andare in cerca di vini pregiati da degustare, di scogliere sotto cui nuotare, di quadri da osservare in silenzio ma anche di poesie che nascono sempre da un luogo, perché lì ha camminato quel poeta, perché la terra e il cielo di quel momento si sono uniti, entrando nel cuore e poi nella mente di una persona che cercava di parlare al mondo e del mondo con le parole.

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Suggestioni nella nebbia. Una vecchia casa friulana ristrutturata ospita le cantine Nonino

Pordenonelegge il territorio è allora una delle nuove forme di turismo che rispondono alle esigenze di chi legge viaggiando. Di Pordenonelegge non serve nemmeno parlare perché ormai questo festival letterario è conosciuto ovunque, diventando esso stesso un motivo di viaggio verso il Friuli-Venezia Giulia. L’idea innovativa è che però non bastano quelle giornate di settembre ma che la fiamma della letteratura vada alimentata nel corso dell’anno con alcune escursioni, dove la scusa del viaggio si collega alla passione per la cultura.

Non serve andare sempre nelle grandi città, capitali dell’arte. I piccoli borghi delle campagne che sembrano non avere nome nascondono tra i fossati e i filari di uva sofferenze ed illuminazioni, che sono diventate opere riconosciute in tutto il mondo.

Chi mai potrebbe pensare che la campagna friulana, avvolta nella nebbia di inizio febbraio, possa aver dato vita a delle poesie che vengono tradotte in moltissime lingue del mondo e vengono ristampate da più di cento anni? M’illumino d’immenso, uno dei versi che ha contribuito a cambiare radicalmente la poesia del ‘900 non nasce a Parigi o New York ma a Santa Maria la Longa, tra alberi di gelso, resti della coltivazione secolare dei bachi da seta, e vecchie case coloniche.

Un piccolo paese, un’intera terra ai margini del turismo di massa, ritorna ad essere il centro della storia, com’era un secolo fa, quando qui vicino correva il fronte della Grande Guerra.

Questa edizione di Pordenonelegge il territorio, segue la traccia dei versi e di quel conflitto che segnò questi luoghi ma anche la sensibilità di Giuseppe Ungaretti, poeta che con le sue parole fu uno dei rappresentanti delle avanguardie artistiche, quelle dei Futuristi, di Picasso, di Kandinsky, di quel mondo dove si mescolavano la psicoanalisi di Freud e la nuova fisica di Einstein, una società in grande e doloroso cambiamento. È lo storico Alessandro Marzo Magno a illuminare questa storia dentro la storia, troppo presto letta e dimenticata a scuola.

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Alessandro Marzo Magno ci guida nella storia di Ungaretti e della guerra

Furono miliardi le parole, attraverso lettere e diari quotidiani, scritte in queste zone di confine da migliaia di soldati italiani, ungheresi, tedeschi, austriaci e di infinite nazionalità, mescolate e spinte le une contro le altre dalla Prima Guerra Mondiale. Parole che nascono dalla quotidianità alterata della guerra senza fine di trincea, dove per sopravvivere serviva la forza dei legami domestici e a volte quella indotta dalla grappa.

Il liquido di fuoco che placava l’ansia e dava coraggio ora è sublimato, da droga dei soldati e dei poveri, è diventata liquore prezioso che ha superato questi confini.

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Nel laboratorio degli alchimisti. Distillerie Nonino

Come il dolore senza nome della guerra è diventato poesia, così il distillato degli scarti della vite è riuscito a trasformarsi in bevanda ricercata. Vicino al paese dov’è stata composta la poesia Mattina di Ungaretti, si trova la distilleria della Grappa Nonino.

Anche di questa azienda non servirebbe dire nulla, perché i suoi prodotti e il suo impegno a favore della cultura hanno una fama decennale. Se ora la grappa viene servita in hotel e ristoranti di lusso, se il suo sapore riempie il naso e la bocca dei profumi delle uve e non più dell’acido che serve solo a stordire la mente, lo si deve a questa famiglia di innovatori. Pordenonelegge il territorio rende il suo tributo a questa piccola e grande realtà friulana, ascoltando un’altra poesia, quella della distillazione, processo antico e mistico, dove gli scarti, le vinacce, diventano essenze pure, come l’alchimia cercava di trasformare il piombo in oro. Non a caso, il simbolo della Nonino, è quello del pianeta Mercurio, legato proprio agli alchimisti.

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La grappa è in fondo figlia dell’alchimia

E se ogni cosa, anche gli scarti, possono diventare nettare, lo dobbiamo all’arte che trasforma, in un processo alchemico, la sofferenza del vivere in bellezza. E se Giuseppe Ungaretti è capace ancora di stupire, è proprio per questa capacità che nemmeno le guerre più brutali riescono a sopprimere.

Il Carso, terra bagnata dal sangue di centinaia di migliaia di uomini e donne, può allora diventare qualcosa di più di un teatro di guerra ma un palcoscenico dove cantare un’altra storia, eterna, dell’individuo che opera la distillazione del male e lo trasforma in un bene alla portata di tutti.

Su questi colli, oggi ricoperti di arbusti ma anche di ulivi e vigneti, ecco allora apparire un parco che celebra la poesia. Parco Ungaretti è l’ultima tappa di questo piccolo viaggio di Pordenonelegge il territorio, un luogo simbolico, perché fatto dei richiami alle poesie de “Il porto sepolto“, pubblicato a Udine nel 1916, perché fatto di opere d’arte che esprimono l’invito, sempre odierno, a non vivere solo dei ricordi delle tragedie ma soprattutto della spinta a superarli, facendoli propri, per non ripeterli.

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Segni e parole, graffiti di soldati. Villa del Parco Ungaretti

Ritorno verso casa, grato anche questa volta della possibilità di aver incontrato un’altra parte della mia regione, che mi sembra di conoscere sempre meno, mano a mano che la scopro. Ritorno colpito ma non sopraffatto, dalle tragedie che hanno scavato la mia terra, ma da cui la vita è sempre riuscita a riemergere, grazie alla poesia delle parole e del fare. Una gita può essere allora di più di un monito, ma uno stimolo, per distillare la morte e farne vita.

 

Foto di copertina: Fronte dell’Isonzo, Monte San Michele (Sagrado), di Johan Sandin, fonte Wikimedia, licenza Creative Commons 3.0

 

 

 

 

 

More clay less plastic, la rivoluzione della bellezza

Cospirano efficacemente contro il mondo attuale soltanto coloro che diffondono in segreto l’ammirazione della bellezza

Nicolas Gomez Davila

Un tunnel che scava la montagna e che separa il mondo, una strada attorno a cui crescono alberi e vecchie case, il telefono che non prende, ecco lo scenario perfetto per un racconto di fate o per l’esistenza di un’artista. Lauren Moreira, originaria di Belém, capitale di uno degli stati amazzonici del Brasile, mi accoglie in cima a delle scale di legno che abbracciano una vecchia casa di pietra. Nella borgata  Polaz in Val Colvera, le abitazioni sono un unico organismo di sassi e legno che spunta su di una collina, ai confini del bosco. In un luogo così raccolto e naturale non possono che nascere le idee buone, quelle che spuntano dalla terra e arrivano fino al cielo. More clay less plastic è uno di questi fiori, che ha la piccola ambizione di spargere attorno il profumo che hanno le cose fatte con le mani, la testa ed il cuore, in un mondo dove la frenesia semina bruttezza.

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Lauren Moreira, una delle fondatrici del progetto “more clay less plastic”

Seduti nel suo studio, tra pezzi di argilla cruda, riviste e divagazioni, Lauren mi racconta com’è nato questo progetto. In un viaggio nella sua terra natia, da cui mancava da anni, si era accorta della quantità abnorme di plastica abbandonata che si trovava ovunque, anche in quegli ambienti che noi europei tendiamo ad idealizzare e considerare “incontaminati”. È un’esperienza che ho fatto anch’io in Brasile, quando ho vissuto lì per alcuni mesi nel 2008 e che capita sempre più spesso in molti paradisi tropicali. Quello che qui trasformiamo con il riciclo o nascondiamo con le discariche, in molti paesi diventa un triste elemento del paesaggio.

Lauren si interrogò a lungo, ricordandosi di quando la plastica era un materiale raro che ricopriva pochi oggetti, mentre gran parte della vita quotidiana era fatta da elementi ancora naturali. Scossa dallo scempio ambientale che aveva visto in Brasile e dalla lettura dei dati di quel primo mondo che si ritiene spesso superiore agli altri, decise di rispondere con quello che conosceva meglio, la creatività.

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Una mostra sotto il tetto

Nel 2014 decise che la l’inquinamento non meritava la paralisi o il cinismo ma che invece si poteva agire per cambiare. Lanciò quindi una proposta, semplice e diretta, che nasceva da quello che che è il suo lavoro: usare più ceramica e meno plastica nei gesti di tutti i giorni.

More clay less plastic è una piccola utopia concreta che da questa piccola valle del Friuli ha raggiunto il resto del mondo, diventando un movimento internazionale e godendo di un immediato successo.

L’idea, a cui presto si sono uniti numerosi ceramisti di fama mondiale, si è articolata come una mostra itinerante che ha fatto tappa ad eventi come Fa’ la cosa giusta – fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili a Milano, al Salone del Gusto, organizzato da SlowFood a Torino, al LESS PLASTIC DAY a Venezia e si concluderà nel giugno del 2017, tornando in Friuli, al Festival della resistenza alimentare in Val Tramontina.

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Legno, ceramica e ferro, la soffitta di Lauren e il suo compagno

Per non rimanere solo un concetto ed una mostra, more clay less plastic cerca di andare alla radice delle cose, riconoscendo il grande valore dell’educazione nel promuovere il rispetto dell’ambiente e di se stessi, aspetti che sono molto più legati di quanto possa apparire.

La prossima tappa non sarà quindi una fiera o un evento ma la sensibilizzazione dei bambini, facendo loro visita nelle scuole, magari mostrando loro il valore profondo della creazione con le proprie mani. L’educazione senza la creatività che genera bellezza rischia di essere solo teoria e oggi più che mai abbiamo bisogno di azioni rivoluzionarie di bellezza.

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Una scala che accompagna la bellezza

Magari questa piccola idea, nata in una borgata di una valle di una regione che pochi conoscono, potrebbe essere anche uno stimolo per quel turismo esperienziale in costante aumento, per quel viaggio che non cerca souvenir da comprare ma da creare con le proprie mani, che desidera ispirazioni per una vita più equilibrata. La bellezza è in fondo una delle mete che cerchiamo tutti, muovendoci a tentoni oltre l’ammasso di unitili oggetti e pensieri del quotidiano.

Come disse una volta Alejandro Jodorowsky, la poesia e la bellezza cambieranno il mondo, perché tutti i problemi sono dovuto alla bruttezza. Le guerre sono brutte, lo sfruttamento dei propri simili o degli animali è brutto, il petrolio è brutto. La bellezza non è una definizione intellettuale, è qualcosa che si sente. Il bello è ciò che è utile per la sopravvivenza equilibrata della vita.

More clay less plastic è uno di quei movimenti dell’animo che cospira efficacemente per creare maggiore bellezza e fa piacere sapere che è il frutto dei luoghi dietro casa mia.

 

Un assaggio di Irpinia, piccolo viaggio in una terra di sud

Devo ringraziare il mio lavoro “strano” che mi porta laddove non penserei mai di andare, dove nemmeno la curiosità conosce i nomi e i luoghi. Non solo ho la fortuna essenziale, perché mi ricollega all’essenza, di scoprire cosa si nasconde dietro casa mia, in quella terra di confine chiamata Friuli-Venezia Giulia, che pochi, ancora meno i propri abitanti, conoscono. A volte, giungono chiamate improvvise che sorprendono la routine, le ore e i giorni passati davanti ad un piccolo o grande schermo. Sono appelli che la pigrizia vorrebbe rifiutare, perché vuol dire prendere un treno quando il mondo dorme ancora e comunque lasciare la presunta sicurezza di ogni giorno. La curiosità, per fortuna, è quel bimbo mai addomesticato, un invito al nomadismo, che vince su ogni cosa. Ecco, perché ho deciso di andare in Irpinia.

Del sud una persona del nord pensa di sapere già tutto, la sua valigia parte sempre colma di pregiudizi, pesante di tutto il cibo che si aspetta le venga offerto, dei ritardi e dei disguidi che teme di incontrare, della grande bellezza mediterranea a base di ulivi e palme, dell’abbandono colpevole in cui langue.

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Un’apertura nella storia. L’anfiteatro romano di Avella

Il viaggio, quello vero, non immaginato prima di partire, è lì puntualmente per sfatare, scombinare e scompaginare le pagine di un diario che invece si riscrive ogni volta. Libro mutevole il Sud, come sono le infinte pieghe dei suoi territori.  Altro non è che un piccolo grande esotismo, che in fondo al nostro cuore, a volte freddo, cerchiamo di raggiungere in ogni modo.

L’Irpinia allora non è il terremoto del 1980, la sua ricostruzione lunga e sofferta, non è nemmeno “vicina a Napoli”, perché a racchiudere tutto dentro delle scatole, per quanto grandi come il capoluogo partenopeo, si perde il piacere di sentire e vivere davvero, non è nemmeno piccola e senza attrattive. L’Irpinia è molto di più, terra di mezzo tra l’Adriatico, lo Ionio e il Tirreno, crocevia di popolazioni e di storie, mediterranea nei suoi pregiati ulivi e allo stesso tempo montana, nelle sue rocce che sollevano borghi e castelli.

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Tesori appesi nelle cantine

La mia Irpinia è certo solo un assaggio, una visita di pochi giorni, alla fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, quando la natura inizia a tacere e la bellezza dei paesaggi a nascondersi. I ricordi sono un po’ freddi, di passi veloci in un piccolo borgo la sera, mentre il vento ti invita a rifugiarti in un vecchio bar o dentro il portone di una casa, per scendere degli scalini ed incontrare delle cantine, dove si conservano tesori, come il caciocavallo podolico, fatto con latte non pastorizzato di mucche autoctone che pascolano libere.

Questa degustazione non è che l’inizio, perché anche questa volta a sud, il pregiudizio dell’ospitalità e dell’abbondanza, non viene per fortuna disatteso.

Ogni passo è stato accompagnato infatti da cibi e bevande che difficilmente superano i confini dei monti che sembrano proteggere questa terra. Sono nomi semplici e reali: pecorino Carmasciano, fatto con il latte crudo; olio extra vergine Ravece, che goccia a goccia continua a far risplendere i miei piatti a centinaia di km di distanza.

Parlo di alimenti essenziali, base dell’alimentazione, però lontanissimi da quella insapore moderna. Non mancano poi le popolari pizze o piatti più ricercati come un risotto all’aglio ursino, varietà selvatica di quell’aglio che troppo spesso snobbiamo per l’odore, quando è invece tanto saporito quanto benefico, ancora di più questo parente spontaneo. La lista si allunga man mano che la richiamo alla memoria, facendo aumentare l’appetito e il desiderio di ciò che è buono

Sfoglio le immagini di colli e borghi adagiatisi sopra, frammenti di castelli longobardi e normanni, chiese e abbazie, testimoni di una religiosità profonda, che sale dalla terra come quello zolfo che viene dalle ferite sempre aperte di una regione irrequieta.

Tra il blu del cielo e il giallo che tende al rosso dell’erba secca, questa spiritualità terrestre prende la forma di pozze antiche più delle parole, misteri della forza primordiale che non è né buona né cattiva, che dispensa la fertilità del suolo, come la morte del terremoto o dei gas velenosi. La Mefite, a Rocca San Felice, appare come fango, ma è in fondo anche una dea antica, venerata dalle popolazioni che abitavano qui prima dei Romani, dispensatrice di vita e di morte, perché nell’esistenza non ci sono dualismi netti come ci piacerebbe pensare, la bellezza si nasconde nel limo e l’inizio nella fine.

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Tra il vento e l’armonia del paesaggio, il soffio pericoloso dello zolfo

Per scacciare lo zolfo si sa, bisogna ricorrere ai santi e qui in Irpinia le testimonianze della fede cattolica non mancano, basti pensare al santuario di Montevergine che domina la piana di Avellino, meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, o al più intimo convento francescano a Folloni.

Il moderno pellegrino laico ha bisogno di votarsi alla bellezza del silenzio e di ciò che è stato fatto con pazienza ed ha saputo sfidare anche le tragedie della storia. A lui o a lei, consiglio di andare a S. Angelo dei Lombardi e varcare la soglia dell’Abbazia del Goleto, qui potrà pregare nell’ammirazione senza parole, nell’armonia che segreta regge il mondo.

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Quando passato e presente si armonizzano, Abbazia del Goleto

Soddisfatto, ricolmo di bellezza e di sapori, so di poter ripartire. Le connessioni infinite della vita hanno già fatto il loro lavoro e mentre il treno si allontana verso nord, su Facebook incontro delle guide che si occupano di ecoturismo qui in Irpinia. La promessa del ritorno si fa già strada dentro di me. L’assaggio che ho fatto diventa il preludio a ben altra esperienza, magari quando i campi di grano si faranno colore dell’oro, quando potrò salire passo dopo passo su qualcuna di quelle montagne che ho visto solo di sfuggita, per abbracciare questa terra di sud.

 

 

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