Luca Vivan

perché le parole sono importanti, le parole plasmano il mondo

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Norvegia del nord, impressioni di un viaggio ai confini del mondo

Prima che la neve si sciolga, prima che il vento impetuoso cali, prima che la routine inghiotta la meraviglia, sento il bisogno di condividere qualche parola sul mio viaggio nella Norvegia del nord. Ci sono ancora fogli da sistemare, appunti mentali disordinati e centinaia di foto sparse, che quando apro mi investono con un odore di ghiaccio e altri mondi. Sono stato via pochi giorni ma sono bastati per entrare come il freddo, dentro i vestiti, per farsi strada fino a quelle parti dell’animo in cui attecchiscono i luoghi incredibili, quelli che ho avuto l’onore di poter visitare nella mia vita.  norwaytbnet

Sono sincero, quando ho ricevuto l’invito ad andare in Norvegia del nord, ho subito pensato al freddo e al fatto che avrei lasciato la primavera per tornare nell’inverno. Io non amo il freddo e non a caso i miei grandi viaggi sono stati in Amazzonia e poi in Australia. Devo ammetterlo, la mia parte lamentevole e paurosa, cercava in tutti i modi di sabotare quella che poi è stata un’esperienza in cui le considerazioni, le critiche o le opinioni non hanno trovato spazio.

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Non darti troppe mete, non correre da qualche parte. Qui basta fermarsi a caso

Non andrai mai in luoghi che sono già all’interno del circolo polare artico per godere di quelle sensazioni che regalano il sud del Mediterraneo o i Tropici. Andrai in Norvegia del nord per il silenzio, per la vastità di spazi pressoché disabitati, per la drammaticità dei paesaggi, per il senso profondo di essere oltre l’umano, oltre quel mondo dove tutto cresce, dove la luce segue dei ritmi tutto sommato abbondanti, dove basta poco per coprirsi. Andrai là con la consapevolezza di essere vicino alla fine del mondo, nella precarietà degli uomini e nel potere selvaggio della natura.

Il paesaggio è infatti ciò che ti parla per primo: coste frastagliate, marroni di scogli e bianche di neve; montagne che si alzano dai fiordi, dandoti quella sensazione impossibile di essere di fronte alle cime a cui forse sei abituato ma con il mare a due passi; poche casette rosse tra distese di neve e betulle, magari ai bordi di quelli che paiono come laghi quando sono invece le dita dell’Oceano che si infilano nel continente; pochi centri abitati, di edifici che si raccolgono gli uni attorno agli altri, come mandrie di animali che cercano riparo dal freddo.

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Fermati ad ascoltare il vento e le onde

Il freddo è senza dubbio l’altro protagonista, fatto di vento che spira imperturbabile, in turbinii di neve o di rara e preziosa luce che cambia completamente il paesaggio, il freddo fatto di neve e di ghiaccio nelle strade, il freddo che si combatte con case o luoghi pubblici caldi ed accoglienti.

La corrente del Golfo del Messico lambisce le coste della Norvegia del nord e mitiga un clima che altrimenti sarebbe molto difficile, lo rende più adatto alla vita e al viaggio, anche quando marzo a queste latitudini è solo un altro mese dell’inverno. Dobbiamo ringraziare questo immenso fenomeno marino se qui le temperature scendono raramente sotto i – 15 gradi, se la notte può capitare di trovarsi fuori da una baita senza guanti. È meglio venire in queste zone preparati con dei buoni vestiti tecnici da montagna ma senza esagerare.

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In riva al mare, al fianco delle montagne

Non sarà un viaggio economico, inutile negartelo. La Norvegia è uno dei paesi più cari al mondo ma venire qui significa fare il viaggio della vita, quello che non si trova all’ultimo guardando le offerte, quello improvvisato di un fine settimana. La Norvegia del nord è un percorso ragionato, un desiderio che matura nel tempo e che si realizza un po’ come le grandi spedizioni del passato, raccogliendo i soldi e la volontà, di concedersi qualcosa di prezioso, non tanto da raccontare agli altri, quanto da vivere intensamente come tutto ciò che è raro e che non va sprecato.

Nell’epoca in cui molti hanno la possibilità di andare da per tutto, essere qui vuol dire fare un viaggio come si faceva un tempo, non un oggetto di consumo effimero ma un onore che va conquistato e che per questo verrà apprezzato anche quando sarà finito.

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Poche case di fronte all’immensità

Sento ancora il suono delle onde che si accaniscono contro le rocce delle montagne, sento il fischio del vento che spazza la neve caduta nella notte, sento il desiderio di bambino che il cielo si apra la notte per vedere l’aurora boreale, sento l’energia che da il freddo e sicuramente il viaggio stesso, che mi permette di dormire poco e di avere sempre gli occhi spalancati.

Per ora ti lascio con queste poche e scarne parole, impressioni minimi di un viaggio in territori che il gergo moderno direbbe “minimal”. Ti lascio con alcune immagini, mentre altre le pubblicherò sul mio canale Instagram. Ti lascio ma tornerò presto, per entrare più dentro il viaggio, per raccontarti della Norvegia del nord, anche se più che mai, qui le parole contano poco, così come conta poco l’immaginazione. Luoghi del genere vanno vissuti, bisogna lasciarli entrare per farli vivere dentro di noi.

 

 

 

 

 

 

 

Pordenonelegge il territorio, viaggio nella poesia

…quando assecondiamo il bisogno di fermarci, conoscere e ritrovare le radici del nostro tempo, scopriamo con meraviglia che proprio in alcuni luoghi della nostra regione sono accaduti avvenimenti che hanno fatto cambiare il corso della storia e lo sguardo sull’esistenza.

Un territorio può essere scoperto con i sensi attenti al cibo, alla qualità dei suoi artigiani, alla bellezza delle montagne o dei mari o può essere conosciuto, grattando un po’ la superficie, per leggere tra le righe quello che rimane fissato sulla carta. Pordenonelegge il territorio è un modo nuovo di viaggiare, attento alla poesia che emana dai luoghi, agli scrittori che hanno raccontato i borghi attraverso cui delle volte ci limitiamo a passare.

Nei viaggi non si viaggia e basta, ci sono motivazioni profonde che ci spingono a fare dei piccoli e grandi sacrifici, economici, di tempo e soprattutto di volontà. Investiamo risorse personali e umanissime per andare in cerca di vini pregiati da degustare, di scogliere sotto cui nuotare, di quadri da osservare in silenzio ma anche di poesie che nascono sempre da un luogo, perché lì ha camminato quel poeta, perché la terra e il cielo di quel momento si sono uniti, entrando nel cuore e poi nella mente di una persona che cercava di parlare al mondo e del mondo con le parole.

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Suggestioni nella nebbia. Una vecchia casa friulana ristrutturata ospita le cantine Nonino

Pordenonelegge il territorio è allora una delle nuove forme di turismo che rispondono alle esigenze di chi legge viaggiando. Di Pordenonelegge non serve nemmeno parlare perché ormai questo festival letterario è conosciuto ovunque, diventando esso stesso un motivo di viaggio verso il Friuli-Venezia Giulia. L’idea innovativa è che però non bastano quelle giornate di settembre ma che la fiamma della letteratura vada alimentata nel corso dell’anno con alcune escursioni, dove la scusa del viaggio si collega alla passione per la cultura.

Non serve andare sempre nelle grandi città, capitali dell’arte. I piccoli borghi delle campagne che sembrano non avere nome nascondono tra i fossati e i filari di uva sofferenze ed illuminazioni, che sono diventate opere riconosciute in tutto il mondo.

Chi mai potrebbe pensare che la campagna friulana, avvolta nella nebbia di inizio febbraio, possa aver dato vita a delle poesie che vengono tradotte in moltissime lingue del mondo e vengono ristampate da più di cento anni? M’illumino d’immenso, uno dei versi che ha contribuito a cambiare radicalmente la poesia del ‘900 non nasce a Parigi o New York ma a Santa Maria la Longa, tra alberi di gelso, resti della coltivazione secolare dei bachi da seta, e vecchie case coloniche.

Un piccolo paese, un’intera terra ai margini del turismo di massa, ritorna ad essere il centro della storia, com’era un secolo fa, quando qui vicino correva il fronte della Grande Guerra.

Questa edizione di Pordenonelegge il territorio, segue la traccia dei versi e di quel conflitto che segnò questi luoghi ma anche la sensibilità di Giuseppe Ungaretti, poeta che con le sue parole fu uno dei rappresentanti delle avanguardie artistiche, quelle dei Futuristi, di Picasso, di Kandinsky, di quel mondo dove si mescolavano la psicoanalisi di Freud e la nuova fisica di Einstein, una società in grande e doloroso cambiamento. È lo storico Alessandro Marzo Magno a illuminare questa storia dentro la storia, troppo presto letta e dimenticata a scuola.

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Alessandro Marzo Magno ci guida nella storia di Ungaretti e della guerra

Furono miliardi le parole, attraverso lettere e diari quotidiani, scritte in queste zone di confine da migliaia di soldati italiani, ungheresi, tedeschi, austriaci e di infinite nazionalità, mescolate e spinte le une contro le altre dalla Prima Guerra Mondiale. Parole che nascono dalla quotidianità alterata della guerra senza fine di trincea, dove per sopravvivere serviva la forza dei legami domestici e a volte quella indotta dalla grappa.

Il liquido di fuoco che placava l’ansia e dava coraggio ora è sublimato, da droga dei soldati e dei poveri, è diventata liquore prezioso che ha superato questi confini.

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Nel laboratorio degli alchimisti. Distillerie Nonino

Come il dolore senza nome della guerra è diventato poesia, così il distillato degli scarti della vite è riuscito a trasformarsi in bevanda ricercata. Vicino al paese dov’è stata composta la poesia Mattina di Ungaretti, si trova la distilleria della Grappa Nonino.

Anche di questa azienda non servirebbe dire nulla, perché i suoi prodotti e il suo impegno a favore della cultura hanno una fama decennale. Se ora la grappa viene servita in hotel e ristoranti di lusso, se il suo sapore riempie il naso e la bocca dei profumi delle uve e non più dell’acido che serve solo a stordire la mente, lo si deve a questa famiglia di innovatori. Pordenonelegge il territorio rende il suo tributo a questa piccola e grande realtà friulana, ascoltando un’altra poesia, quella della distillazione, processo antico e mistico, dove gli scarti, le vinacce, diventano essenze pure, come l’alchimia cercava di trasformare il piombo in oro. Non a caso, il simbolo della Nonino, è quello del pianeta Mercurio, legato proprio agli alchimisti.

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La grappa è in fondo figlia dell’alchimia

E se ogni cosa, anche gli scarti, possono diventare nettare, lo dobbiamo all’arte che trasforma, in un processo alchemico, la sofferenza del vivere in bellezza. E se Giuseppe Ungaretti è capace ancora di stupire, è proprio per questa capacità che nemmeno le guerre più brutali riescono a sopprimere.

Il Carso, terra bagnata dal sangue di centinaia di migliaia di uomini e donne, può allora diventare qualcosa di più di un teatro di guerra ma un palcoscenico dove cantare un’altra storia, eterna, dell’individuo che opera la distillazione del male e lo trasforma in un bene alla portata di tutti.

Su questi colli, oggi ricoperti di arbusti ma anche di ulivi e vigneti, ecco allora apparire un parco che celebra la poesia. Parco Ungaretti è l’ultima tappa di questo piccolo viaggio di Pordenonelegge il territorio, un luogo simbolico, perché fatto dei richiami alle poesie de “Il porto sepolto“, pubblicato a Udine nel 1916, perché fatto di opere d’arte che esprimono l’invito, sempre odierno, a non vivere solo dei ricordi delle tragedie ma soprattutto della spinta a superarli, facendoli propri, per non ripeterli.

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Segni e parole, graffiti di soldati. Villa del Parco Ungaretti

Ritorno verso casa, grato anche questa volta della possibilità di aver incontrato un’altra parte della mia regione, che mi sembra di conoscere sempre meno, mano a mano che la scopro. Ritorno colpito ma non sopraffatto, dalle tragedie che hanno scavato la mia terra, ma da cui la vita è sempre riuscita a riemergere, grazie alla poesia delle parole e del fare. Una gita può essere allora di più di un monito, ma uno stimolo, per distillare la morte e farne vita.

 

Foto di copertina: Fronte dell’Isonzo, Monte San Michele (Sagrado), di Johan Sandin, fonte Wikimedia, licenza Creative Commons 3.0

 

 

 

 

 

Un assaggio di Irpinia, piccolo viaggio in una terra di sud

Devo ringraziare il mio lavoro “strano” che mi porta laddove non penserei mai di andare, dove nemmeno la curiosità conosce i nomi e i luoghi. Non solo ho la fortuna essenziale, perché mi ricollega all’essenza, di scoprire cosa si nasconde dietro casa mia, in quella terra di confine chiamata Friuli-Venezia Giulia, che pochi, ancora meno i propri abitanti, conoscono. A volte, giungono chiamate improvvise che sorprendono la routine, le ore e i giorni passati davanti ad un piccolo o grande schermo. Sono appelli che la pigrizia vorrebbe rifiutare, perché vuol dire prendere un treno quando il mondo dorme ancora e comunque lasciare la presunta sicurezza di ogni giorno. La curiosità, per fortuna, è quel bimbo mai addomesticato, un invito al nomadismo, che vince su ogni cosa. Ecco, perché ho deciso di andare in Irpinia.

Del sud una persona del nord pensa di sapere già tutto, la sua valigia parte sempre colma di pregiudizi, pesante di tutto il cibo che si aspetta le venga offerto, dei ritardi e dei disguidi che teme di incontrare, della grande bellezza mediterranea a base di ulivi e palme, dell’abbandono colpevole in cui langue.

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Un’apertura nella storia. L’anfiteatro romano di Avella

Il viaggio, quello vero, non immaginato prima di partire, è lì puntualmente per sfatare, scombinare e scompaginare le pagine di un diario che invece si riscrive ogni volta. Libro mutevole il Sud, come sono le infinte pieghe dei suoi territori.  Altro non è che un piccolo grande esotismo, che in fondo al nostro cuore, a volte freddo, cerchiamo di raggiungere in ogni modo.

L’Irpinia allora non è il terremoto del 1980, la sua ricostruzione lunga e sofferta, non è nemmeno “vicina a Napoli”, perché a racchiudere tutto dentro delle scatole, per quanto grandi come il capoluogo partenopeo, si perde il piacere di sentire e vivere davvero, non è nemmeno piccola e senza attrattive. L’Irpinia è molto di più, terra di mezzo tra l’Adriatico, lo Ionio e il Tirreno, crocevia di popolazioni e di storie, mediterranea nei suoi pregiati ulivi e allo stesso tempo montana, nelle sue rocce che sollevano borghi e castelli.

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Tesori appesi nelle cantine

La mia Irpinia è certo solo un assaggio, una visita di pochi giorni, alla fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, quando la natura inizia a tacere e la bellezza dei paesaggi a nascondersi. I ricordi sono un po’ freddi, di passi veloci in un piccolo borgo la sera, mentre il vento ti invita a rifugiarti in un vecchio bar o dentro il portone di una casa, per scendere degli scalini ed incontrare delle cantine, dove si conservano tesori, come il caciocavallo podolico, fatto con latte non pastorizzato di mucche autoctone che pascolano libere.

Questa degustazione non è che l’inizio, perché anche questa volta a sud, il pregiudizio dell’ospitalità e dell’abbondanza, non viene per fortuna disatteso.

Ogni passo è stato accompagnato infatti da cibi e bevande che difficilmente superano i confini dei monti che sembrano proteggere questa terra. Sono nomi semplici e reali: pecorino Carmasciano, fatto con il latte crudo; olio extra vergine Ravece, che goccia a goccia continua a far risplendere i miei piatti a centinaia di km di distanza.

Parlo di alimenti essenziali, base dell’alimentazione, però lontanissimi da quella insapore moderna. Non mancano poi le popolari pizze o piatti più ricercati come un risotto all’aglio ursino, varietà selvatica di quell’aglio che troppo spesso snobbiamo per l’odore, quando è invece tanto saporito quanto benefico, ancora di più questo parente spontaneo. La lista si allunga man mano che la richiamo alla memoria, facendo aumentare l’appetito e il desiderio di ciò che è buono

Sfoglio le immagini di colli e borghi adagiatisi sopra, frammenti di castelli longobardi e normanni, chiese e abbazie, testimoni di una religiosità profonda, che sale dalla terra come quello zolfo che viene dalle ferite sempre aperte di una regione irrequieta.

Tra il blu del cielo e il giallo che tende al rosso dell’erba secca, questa spiritualità terrestre prende la forma di pozze antiche più delle parole, misteri della forza primordiale che non è né buona né cattiva, che dispensa la fertilità del suolo, come la morte del terremoto o dei gas velenosi. La Mefite, a Rocca San Felice, appare come fango, ma è in fondo anche una dea antica, venerata dalle popolazioni che abitavano qui prima dei Romani, dispensatrice di vita e di morte, perché nell’esistenza non ci sono dualismi netti come ci piacerebbe pensare, la bellezza si nasconde nel limo e l’inizio nella fine.

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Tra il vento e l’armonia del paesaggio, il soffio pericoloso dello zolfo

Per scacciare lo zolfo si sa, bisogna ricorrere ai santi e qui in Irpinia le testimonianze della fede cattolica non mancano, basti pensare al santuario di Montevergine che domina la piana di Avellino, meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, o al più intimo convento francescano a Folloni.

Il moderno pellegrino laico ha bisogno di votarsi alla bellezza del silenzio e di ciò che è stato fatto con pazienza ed ha saputo sfidare anche le tragedie della storia. A lui o a lei, consiglio di andare a S. Angelo dei Lombardi e varcare la soglia dell’Abbazia del Goleto, qui potrà pregare nell’ammirazione senza parole, nell’armonia che segreta regge il mondo.

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Quando passato e presente si armonizzano, Abbazia del Goleto

Soddisfatto, ricolmo di bellezza e di sapori, so di poter ripartire. Le connessioni infinite della vita hanno già fatto il loro lavoro e mentre il treno si allontana verso nord, su Facebook incontro delle guide che si occupano di ecoturismo qui in Irpinia. La promessa del ritorno si fa già strada dentro di me. L’assaggio che ho fatto diventa il preludio a ben altra esperienza, magari quando i campi di grano si faranno colore dell’oro, quando potrò salire passo dopo passo su qualcuna di quelle montagne che ho visto solo di sfuggita, per abbracciare questa terra di sud.

 

 

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