Luca Vivan

perché le parole sono importanti, le parole plasmano il mondo

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Alpi segrete, le montagne oltre il vecchio turismo

La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte.

Guido Rey

Le montagne, sono pareti di roccia e vegetazione che chiudono il mio orizzonte da quando ho capito cosa fosse un orizzonte, sono una barriera naturale che non fa vedere cosa c’è più in là, sono un limite che protegge e custodisce, sono un regno ignoto, che per tanti anni non ho mai considerato. Ho dovuto viaggiare in luoghi remoti ed esotici, come l’Australia o l’Amazzonia per rendermi conto del tesoro nascosto in quel confine verticale. C’è chi percorrere migliaia di miglia per giungere tra le Alpi segrete che io posso quasi toccare dalla finestra di casa.

Non esiste un tempo prestabilito dagli altri per le passioni o per gli amori. L’importante è accorgersi di ciò che c’è attorno a noi, di come dare voce ai nostri bisogni e a quelle cose che non hanno voce umana ma che parlano in modo molto più chiaro. Così, ho iniziato a varcare quel confine, penetrando una geografia completamente nuova ma in fondo in totale sintonia con il mio bisogno di quiete e di ispirazione.

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Al mattino presto, entrando in una valle…

Insieme alla geografia fisica fatta di sassi, di alberi e nuvole che cambiano veste in continuazione, come solo in montagna sanno fare, è venuta anche la geografia del pensiero, di informazioni, di mappe, di libri e di sogni.

Nonostante il web, gli ebook, mi piace ancora entrare in silenzio, mettendo off line il telefono, nelle piccole biblioteche dei paesini attorno cui abito. Mi piace vagare tra gli scaffali o fermarmi davanti alla sessione delle “novità”, per toccare con le mani un libro dal titolo bizzarro, per poi rimetterlo apposto o portarlo insieme a me, a casa o in giro, per un mese.

Alpi segrete, storie di uomini e di montagne, di Marco Albino Ferrari, era tranquillo sulla terzultima fila dello scaffale, con l’aria seria di un saggio. Non avevo voglia di una lettura piena di ricerche e di opinioni. La mia testa è già così piena di pensieri, che trovo nei siti o nei social media, che quando leggo, ho solo voglia di bellezza e di storie.  Il sottotitolo “storie di uomini e di montagne” prometteva però parole e immagini capace di placare la mia sete di leggerezza.

È strano associare la leggerezza alle montagne, alle rocce ma anche alle dure condizioni del clima e di conseguenza della vita, ad una certa altezza oltre la pianura, verso il cielo. Eppure, lo slancio che si compie salendo a piedi, passo dopo passo, con fatica, è capace di trascinare a valle i macigni che ci portiamo appresso, quelli della vita di ogni giorno, delle corse, della reperibilità continua, del domani devo fare, della fuga costante verso un futuro che di fatto non c’è qui e ora.

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Tra il cielo e le rocce, lasciare i pensieri

Avevo voglia di storie e le ho trovate. Passi che si allungano da ovest verso est, dalle valli occitane del Piemonte fino a quelle ancora più remote della mia regione, il Friuli-Venezia Giulia. Storie di comunità testarde e fiere, di alpinisti che nel XX secolo hanno aperto vie e nuovi modi di vivere la montagna, storie ai margini del turismo di massa.

In questo libro che scorre veloce ho ritrovato le Alpi segrete che si estendono oltre quel confine verticale che segna il mio orizzonte. Per quanto citate solo di passaggio, tra il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e le Alpi Giulie, non ho potuto non pensare a quella valle in cui almeno una volta l’anno devo andare a camminare, nel silenzio del fiume che precipita a valle e del mio respiro che rallenta.

Ho scorto, con l’occhio della mente, una striscia di asfalto che si fa ghiaia e poi scompare tra faggi e pini, ho visto il cielo di un blu che quasi fa male, prezioso dono dell’estate. I miei pensieri si muovevano nella Val Cimoliana, nel Parco delle Dolomiti Friulane, ma anche nelle valli vicine percorse da passi e parole, lungo i sentieri della memoria e della speranza di un futuro diverso per questi luoghi preziosi, per troppi motivi, che non possono rischiare un abbandono totale.

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Resti di un tempo, della fatica silenziosa che saliva le montagne

Le Alpi segrete sono queste, terreni conquistati in secoli di lotta che non aveva però quel senso di sopraffazione che oggi coltiviamo, quello di essere superiori e padroni di tutto, quando basta una gelata a fine aprile per rovinare i raccolti di una fiera agricoltura industriale. Era lotta indubbiamente, fatica infame e tremenda – non serve idealizzare il passato – ma era anche amore, per quelle terre alte ed inclinate che nonostante tutto erano una casa.

Marco Albino Ferrari è un alpinista che non ama il turismo che inventa bisogni e distrugge. Le sue pagine sono piene di strali contro un’industria pesante e caotica. Io che non amo le polemiche e che cerco di non ragionare come un tifoso, accecato dalle passioni, mi chiedo però cosa possano fare coloro che vivono nelle Alpi segrete, di cosa possono vivere, senza dover precipitare a valle, nel baratro di una cultura del cemento e del profitto ad ogni costo, che comunque ha i giorni contati.

Già quando parliamo di qualcosa di segreto, questo cessa di essere tale, è il grande rischio della comunicazione. Le valli poco battute, come la Val Cimoliana, prima o poi verranno “cantate” da qualcuno di famoso e allora turisti senza consapevolezza affluiranno sempre di più, magari gettando plastica e latta tra i pini mughi e i sassi di dolomia. Che fare allora di queste Alpi segrete che oramai rischiano di non essere più tali?

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Vivere di quello che c’è, senza alterare ma anche senza patire

Cantiamo la loro bellezza, elogiamo la loro pace, perché esse non hanno voce umana, ma hanno bisogno di parlare e dire la loro. Chi vive in queste valli amene quanto dure ed impervie, nella geografia delle rocce ma anche dei cuori, deve poter rimanere lì a far da custode, a porsi come fiero argine di una marea di spazzatura fisica ed emotiva che sale dalle pianure.

Per fare questo serve un nuovo turismo, che prima o poi non si chiamerà neppure più così. Serve un nuovo modo di staccare dalla vita frenetica delle città, per ritrovare i propri passi. Non saranno solo vacanze allora, non ci sarà bisogna di altro cemento e di altro asfalto, ma nuove comunità capaci di dialogare e di capire come sviluppare delle imprese etiche.

Le Alpi segrete cesseranno allora di essere idilio dei poeti e degli alpinisti solitari, saranno una riserva di ossigeno e di bellezza, capace di costruire un orizzonte per una vita migliore, nelle cime come nelle pianure.

 

 

 

 

 

 

 

Viaggiare nella pianura, cibo e cultura nel basso mantovano

Oltrepassato il confine immaginario del Po, si dimenticano le ultime colline e le montagne lontane. Inizia un mondo che appare estraneo anche a me che in fondo sono nato in pianura. Davanti ai miei occhi ho però sempre avuto la distesa orizzontale del mare e quella verticale delle montagne. Dove sto andando, nel basso mantovano, a confine tra Emilia, Veneto e Lombardia c’è qualcosa di diverso, che si spiega solo standoci in mezzo. Questo è un altro senso del viaggio, avvertire estraneità, per quanto sottili, sensazioni che spostano per un attimo il baricentro e ti fanno capire che non sei più a casa.

La pianura padana viene concepita spesso come una sorta di non-luogo, distesa infinita di campi e industrie, una prateria del selvaggio West moderno, colonizzata dal brutto del cemento, della plastica e del profitto senza responsabilità. La razzia dei tempi moderni ha portato anche nel basso mantovano le monocolture di cereali, i grandi allevamenti di suini, i capannoni e i petrolchimici. Eppure, al riparo di questa furia, sopravvive una vita lenta, tranquilla, che cerca costantemente le radici con il passato, per uno slancio verso un futuro più buono, pulito e giusto.

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Gesto buono e giusto, tagliare il pane per condividerlo

Non si può negare che nella piana sia molto più facile costruire che in montagna, che la terra fertile mossa dal Po e la presenza di tanti corsi d’acqua, siano state da sempre grandi attrattive. Lo sapevano i monaci benedettini e i feudatari che in queste terre hanno edificato centri di potere, che oggi appaiono quasi fuori luogo, di fronte alla semplice tranquillità della vita di provincia.

Nel basso mantovano è emblematico il caso di San Benedetto Po, comune al ridosso degli argini del grande fiume, che segna nel bene della fertilità e nel male delle piene rovinose la sorte di queste terre di confine. Qui passeresti senza fermarti, magari diretto verso Modena o il vicino lago di Garda, se una piccola fortunata deviazione non ti conducesse su una piazza, abbracciata da uno di quei segni della ricchezza e del potere di un tempo, l’Abbazia di San Benedetto in Polirone.

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Due passi nel chiostro, per ritornare a ritmi più lenti, più umani

Mi è apparso così un altro tesoro, mentre sul far della sera il sole di primavera colorava di un giallo caldo le colonne del chiostro benedettino di origine medievale, mentre tingeva i marmi della facciata della chiesa, costruita da uno dei più famosi architetti del Rinascimento, Giulio Romano. Tutto attorno il suono di una sedia o di un tavolino che si postavano, una battuta nel dialetto stretto di qui, a confine tra lombardo ed emiliano. Basterebbe questo ad esaudire i bisogni del viaggiatore moderno, che arriva con le sue valige cariche di rumore cittadino, di notifiche del telefono e pensieri del futuro.

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Tramonto rinascimentale

Non mi fermo qui però, alla facciata seppur magnifica, delle cose. Voglio mescolarmi un po’ di più alla vita del paese, quello che si da da fare per immaginare un futuro diverso. Grazie ad una vecchia conoscenza dell’Università entro così in contatto con gli appassionati della diversità alimentare e culturale locale, che animano la condotta locale di Slow Food.

Slow Food Basso Mantovano è come in tante altre zone d’Italia e del mondo, un gruppo di amici e di conoscenti, che nella diversità di provenienze, di cultura e di professioni, sono accumunate dal piccolo potere del fare assieme. Sono persone mosse dal desiderio di una vita più lenta ed equilibrata, dal sentimento senza voce che la loro terra, seppure incerta per le piene del Po o il  recente terremoto, il cui eco si legge ancora sulle facciate di case e aziende, ha bisogno di custodi.

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Farine biologiche, libri, quadri: ingredienti della cultura

E questa nobile impresa come si fa? Resistendo a ciò che è brutto e cattivo? No, semplicemente dandosi da fare per sviluppare una delle virtù cardinali di questa nostra epoca di transizione, la resilienza. Non dobbiamo opporci a nulla, dobbiamo costruire momenti e relazioni, in cui l’amore per la terra e ciò che la sostiene diventa naturale. La vera ecologia è una sorta di empatia e non è fatta di azioni eclatanti, di manifestazioni oceaniche, di rivoluzioni strillate. Fa molto più rumore un orto che cresce.

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Scambiando semi del mondo futuro

Le persone che ho conosciuto nel basso mantovano lo sanno bene e così hanno iniziato da piccole azioni concrete: un orto solidale dove giocare alla magia delle piante che crescono, insieme a disabili e rifugiati; recuperando un’antica varietà di asparago, detta di San Benedetto Po e nominata nella “Carta di Perugia” del XVI secolo; scambiando varietà antiche di semi; organizzando Gruppi di Acquisto Solidale per comprare prodotti di alta qualità ambientale e sociale.

Possono sembrare tutti gesti ingenui, che difficilmente possono lasciare il forte segno del cemento e del petrolio, gesti di volontari della domenica. Qui in mezzo però ci sono anche imprese, come un’azienda viticola. L’ho conosciuta camminando tra i filari, stupendomi, io profano che di uva e vino non so quasi niente, dell’erba che vi cresceva alta. Questo è un segno di grande biodiversità e del fatto che i veleni che di solito la eliminano, qui non entrano nella bottiglia che normalmente invece ci beviamo.

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Biologico è quando c’è vita nella terra

Amo dire, citando Claudio Naranjo, che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione ma non la riconosciamo come tale, perché non è come ce la aspettavamo. Questa rivoluzione è fatta di orti solidali, di scambi di semi, di biciclettate lungo gli argini del Po a cercare erbe spontanee, è la voglia di passare una domenica assieme godendo del proprio territorio. Tutte queste piccole cose costituiscono una banca di intelligenze, di emozioni e di sogni che darà i suoi frutti quando ce ne sarà bisogno.

La sera è ormai diventata notte. I banchetti con i semi da scambiare, le biciclette piene di bambini ed adulti sono ormai spariti, rimane uno spicchio di luna sulla cima dell’Abbazia, un anziano che ascolta una vecchia musica seduto al circolo Arci. Nella piazza c’è solo una grande e bella quiete, che non sarà molto ma secondo me vale un viaggio nel basso mantovano.

Credo che qui ci saranno altre celebrazioni della terra, altri percorsi naturali da intraprendere. Spero di poterteli raccontare.

Il legame con la terra, lo sciamanesimo in Friuli

Il verde è così forte da accecare quasi, i profumi dei fiori invadono le stanze e l’immaginazione, la linea della primavera sale giorno dopo giorno sulle montagne a riconquistare le posizioni perdute nell’inverno. Anche quest’anno la battaglia tra la vita e la morte è vinta.

Non è mai scontato che tutto vada come vorremmo, non è scontato che piova o ci sia il sole quando servono a noi umani. Il cosiddetto cambiamento climatico ci sta dimostrando come la normalità delle condizioni atmosferiche non sia per nulla una norma.

Un tempo, il tempo era una cosa molto seria. Siccità o piogge troppo intense rischiavano di mettere in ginocchio interi territori, come oggi avviene in vaste aree del pianeta, dove la distribuzione commerciale del cibo non è efficiente come da noi. Un tempo, esisteva un legame diverso con la terra ed esistevano persone incaricate di condurre battaglie per mantenere il necessario equilibrio degli elementi naturali. Questo fenomeno, studiato da decenni, rientra nel grande e affascinante mondo dello sciamanesimo, un universo non lontano.

Ne scrissi anni fa e oggi vorrei riportare quelle parole. Le parole sono importanti, così recita l’intestazione di questo blog. E le parole importanti nascono dagli incontri e dagli ascolti. Ho incontrato lo sciamanesimo una sera, ascoltando una conferenza sulla Siberia e per mezzo di un articolo che parla di musica e storia della mia regione, il Friuli.

Le parole e la musica si sono fuse assieme alla memoria e all’emozione che mi lega alla terra che calpesto, che mi nutre e mi affascina.

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Luoghi di magia naturale tra le Dolomiti Friulane

La parola sciamano richiama le foreste dell’Amazzonia e delle Ande o la Siberia, da cui la parola ha origine. Il nome infatti deriva dal tunguso saman e può essere ricollegato al sanscrito sramana, che significa “uomo ispirato dagli spiriti”. Lo sciamanesimo è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, soprattutto nelle regioni asiatiche e in quelle artiche nordeuropee, e ha origini antichissime, precedenti alle religioni che conosciamo ora: cristianesimo, islam, buddhismo e induismo.

Per secoli queste figure di guaritori e saggi hanno vissuto assieme ai sacerdoti delle religioni istituzionali e lo fanno tutt’ora, dove viene loro permesso. In Europa invece, l’Inquisizione prima e l’industrializzazione poi hanno spinto i culti arcaici legati alle forze della Natura nel dimenticatoio della Storia, se non nei tizzoni ardenti dei roghi e negli ospedali psichiatrici.

Così i curiosi di questa storia notturna fatta di magia, spiriti, rituali e piante benefiche o malefiche si rivolgono alle culture dove è ancora viva la tradizione dello sciamanesimo. Ignorano spesso che sulla terra che calpestano sono ancora vive le tracce di un passato dove uomini e donne erano coscienti dei legami profondi che esistono tra l’essere umano e la Natura, dei regni invisibili a cui  la ragione non crede ma che sempre di più le scienze sperimentali tendono a confermare.

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Nelle terre alte, accanto al cielo, il legame con la Natura appare più stretto

Ai saggi di storia preferisco le storie, fatte di documenti e ricerche, che permettono di conoscere le vicende del passato per mezzo di una narrazione ricca di emozioni. Il giardino del benandante di Paolo Morganti mi ha subito colpito mentre vagabondavo in libreria e non ho resistito dal comprarlo. Il mio desiderio compulsivo di libri mi ha permesso, finalmente, di entrare in contatto con una storia della mia regione che ignoravo e che mi affascina, tanto che ho poi acquistato un documentario citato nella bibliografia del libro, “Guerrieri della notte, sulle orme dei Benandanti” di Christiane Rorato.

Nel Friuli della prima metà del 1500 si intrecciano le storie di nobili, mercanti, di intrighi, vendette e cibi della tradizione. Un prete buongustaio e uno speziale che è anche un alchimista indagano su una serie di morti cruente e misteriose, come sfondo, una terra poco conosciuta, con il suo fiume, il Tagliamento, e borghi minacciati da invasioni secolari. Ciò che regge la narrazione, che incuriosisce e trasporta il lettore oltre i modelli del giallo di ambientazione storica, è il femeno dei benandanti, gli individui appartenenti a tutti i ceti sociali, che in alcune notti dell’anno lasciavano il corpo e andavano a combattere contro esseri malvagi chiamanti malandanti, per la fertilità dei terreni e la prosperità delle comunità.

Il romanzo scorre, terminato un capitolo non vedi l’ora di leggere il successivo. L’autore da l’idea di aver fatto un serio lavoro di ricerca e così ci si trova davanti ad un affresco storico che ti conquista e che lascia la curiosità di informarti su un fenomeno che l’Inquisizione o i tempi moderni non sono riusciti a sconfiggere completamente, tanto che di benandanti ne esistono ancora, così come ho scoperto tempo fa’, con un certo stupore.

L’essere umano è sempre lo stesso d’altra parte, così come la Natura. Ed oggi è molto sentito il bisogno di sostenere quelle energie che permettono agli uomini e le donne di prosperare e vivere felicemente, in armonia con le piante, gli animali e tutti gli altri abitanti del proprio territorio.

 

Schiarazula Marazula, ripresa in tempi moderni da Angelo Branduardi, è un’antico ballo del Friuli, con forti legami con quello che veniva chiamato paganesimo o stregoneria, in parole più oneste, con lo sciamanesimo. 

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